Non sono bazzecole, né quisquilie, tantomeno pinzillacchere e Ciro questa volta lo ha capito. Proprio contro il suo Napoli, proprio nel momento più difficile della sua pur breve carriera da allenatore. La soluzione era a portata di mano, troppo semplice da scorgerla o troppo rischioso applicarla, almeno fino a quando la Juve non ha avuto più nulla da perdere. L'equazione è semplicissima, è poi quella che il Milan (rinato) ha seguito: classe, qualità, in parole povere fiducia negli uomini di maggior talento. Nessuna alchimia tattica, né stravolgimenti di moduli, ma soltanto personalità e capacità di prendere per mano una squadra che fino a quando Alex Del Piero è rimasto fermo ai box, specie se per scelta tattica, non ha trovato un leader riconosciuto.
Una Juve travolta da critiche, fischi, contestazioni, una nave sul punto di colare a picco, salvata, guarda caso, proprio dal suo capitano, ultimo baluardo a dare coraggio ai compagni, e a tenere, nelle sue mani, o meglio nei piedi, quel timone che potrebbe riportare la squadra sulla giusta rotta. Questa volta Del Piero non ha fatto solo per sé, ma per tre: ha illuminato la stella di Diego, tornata a brillare (magistrale il colpo di tacco in occasione del palo colto dal brasiliano), ha messo al sicuro un risultato che, prima del raddoppio, avrebbe potuto, in qualsiasi momento, riaprire il baratro sotto il prato dell'Olimpico, ha salvato uno dei piccoli obiettivi rimasti (dopo i proclami di inizio stagione) restituendo un briciolo di entusiasmo a un ambiente che così depresso non lo si vedeva dai mesi bui di Calciopoli.
Questa potrebbe essere la vera svolta della stagione bianconera. Scontato dire che sia arrivata troppo tardi, ma intanto Ferrara resterà alla guida della Juve fino alla fine della stagione e potrà giocarsi tutte le sue carte a partire dal suo asso, Alessandro Del Piero. E questa volta Ciro non sarà certo nu core n'grato.
Non esistono formazioni, né partite, né punteggi, ormai succede tutto solo alla televisione e alla radio...
15/01/10
10/01/10
Tragedie ed eroi, quando lo Sport decise di non fermarsi
La nazionale di calcio del Togo crivellata di proiettili, giocatori morti, e una Coppa d’Africa che va avanti pur con il lutto a rotolare sul prato assieme al pallone. Non è la prima volta che lo sport internazionale decide di non fermarsi. Lo fece, per un solo giorno, dopo il massacro di Monaco, durante i giochi del 1972 in cui 11 atleti israeliani persero la vita, uccisi da un commando di terroristi palestinesi, in quella che viene catalogata come la pagina più nera dello sport del secolo scorso. Una tragedia lontana nel tempo e per questo qualche volta troppo in fretta dimenticata.
Non come il ricordo della strage dell'Heysel ancora vivo nel cuore e nella mente di noi italiani: una giornata di festa tramutatasi in un giorno di vergogna per molti e di morte per 32 italiani che quel 29 maggio 1985 non videro mai la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Una carica di tifosi inglesi, la fuga di quelli italiani e la totale incapacità di chi avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza. Persone schiacciarono persone, nell'aria un senso di attonita angoscia non per una guerra, non per un attentato, ma nell'attesa di una partita di calcio che fu comunque giocata. Una tragedia che non funse da monito e che ebbe la sua vergognosa replica all'Hillsborough Stadium a Sheffield, durante la finale, questa volta sì sospesa, della FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest il 15 aprile 1989. Le vittime furono 96.
Il calcio è pieno eventi luttuosi rispetto ai quali si è agito diversamente. La morte di Vincenzo Paparelli, durante un derby Lazio-Roma del 28 ottobre '79, colpito da un razzo lanciato dalla curva opposta, o il decesso di Gabriele Sandri, tifoso laziale, l'11 novembre 2007, ucciso da un proiettile sparato da un agente in un'area di servizio lungo l'A1, non sono bastati a fermare tutto. Ciò accadde, invece, dopo l'omicidio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, morto fuori dallo stadio Massimino di Catania per un colpo al fegato ricevuto da un tifoso e per il quale la serie A e le istituzioni decisero di riflettere a fondo.
A volte accade che, invece, dalle tragedie nascano miti, leggende che alleviano il dramma insito nell'ineluttabilità della morte, proprio perché si è deciso che lo sport deve andare avanti. Una tragica fatalità si portò via Ayrton Senna in un Gp che, secondo molti, non si sarebbe nemmeno dovuto correre a causa della morte, per incidente, in prova, il giorno prima del pilota austriaco Roland Ratzenberger. E invece, il circus non si fermò, la gara prese il via e quell'ultimo giro del brasiliano divenne leggendario ancor più delle sue vittorie. Un botto pazzesco, un casco frantumato, la bandiera austriaca (con la quale avrebbe reso omaggio al collega scomparso il giorno prima) intrisa di sangue, le lacrime di un giovane Schumacher in conferenza stampa, poi il silenzio. Come quello che accompagnò il successo, sempre a Imola, del pilota tedesco che riuscì a correre e a vincere nonostante la morte della mamma Elisabeth avvenuta soltanto 24 ore prima. Quella volta la commozione di fine gara mostrò una sensibilità non riconosciuta a Schumi nel momento in cui disse di voler correre nonostante tutto.
Eppure gli eroi per antonomasia nella lunga letteratura sportiva restano quelli che giocarono la "partita della morte" il 9 agosto 1942 allo stadio Zenith di Kiev. Calciatori veri di Dinamo e Lokomotiv contro ufficiali nazisti. Fucili puntati e una sola via di scampo e nemmeno certa: la sconfitta. In undici decisero di vincere, ma in nove persero...la vita.
Non come il ricordo della strage dell'Heysel ancora vivo nel cuore e nella mente di noi italiani: una giornata di festa tramutatasi in un giorno di vergogna per molti e di morte per 32 italiani che quel 29 maggio 1985 non videro mai la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Una carica di tifosi inglesi, la fuga di quelli italiani e la totale incapacità di chi avrebbe dovuto provvedere alla sicurezza. Persone schiacciarono persone, nell'aria un senso di attonita angoscia non per una guerra, non per un attentato, ma nell'attesa di una partita di calcio che fu comunque giocata. Una tragedia che non funse da monito e che ebbe la sua vergognosa replica all'Hillsborough Stadium a Sheffield, durante la finale, questa volta sì sospesa, della FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest il 15 aprile 1989. Le vittime furono 96.
Il calcio è pieno eventi luttuosi rispetto ai quali si è agito diversamente. La morte di Vincenzo Paparelli, durante un derby Lazio-Roma del 28 ottobre '79, colpito da un razzo lanciato dalla curva opposta, o il decesso di Gabriele Sandri, tifoso laziale, l'11 novembre 2007, ucciso da un proiettile sparato da un agente in un'area di servizio lungo l'A1, non sono bastati a fermare tutto. Ciò accadde, invece, dopo l'omicidio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, morto fuori dallo stadio Massimino di Catania per un colpo al fegato ricevuto da un tifoso e per il quale la serie A e le istituzioni decisero di riflettere a fondo.
A volte accade che, invece, dalle tragedie nascano miti, leggende che alleviano il dramma insito nell'ineluttabilità della morte, proprio perché si è deciso che lo sport deve andare avanti. Una tragica fatalità si portò via Ayrton Senna in un Gp che, secondo molti, non si sarebbe nemmeno dovuto correre a causa della morte, per incidente, in prova, il giorno prima del pilota austriaco Roland Ratzenberger. E invece, il circus non si fermò, la gara prese il via e quell'ultimo giro del brasiliano divenne leggendario ancor più delle sue vittorie. Un botto pazzesco, un casco frantumato, la bandiera austriaca (con la quale avrebbe reso omaggio al collega scomparso il giorno prima) intrisa di sangue, le lacrime di un giovane Schumacher in conferenza stampa, poi il silenzio. Come quello che accompagnò il successo, sempre a Imola, del pilota tedesco che riuscì a correre e a vincere nonostante la morte della mamma Elisabeth avvenuta soltanto 24 ore prima. Quella volta la commozione di fine gara mostrò una sensibilità non riconosciuta a Schumi nel momento in cui disse di voler correre nonostante tutto.
Eppure gli eroi per antonomasia nella lunga letteratura sportiva restano quelli che giocarono la "partita della morte" il 9 agosto 1942 allo stadio Zenith di Kiev. Calciatori veri di Dinamo e Lokomotiv contro ufficiali nazisti. Fucili puntati e una sola via di scampo e nemmeno certa: la sconfitta. In undici decisero di vincere, ma in nove persero...la vita.
09/12/09
Juve, dopo le "quattro pere" la rabbia esplode sul web
Una sconfitta inaspettata, un'eliminazione inimmaginabile alla vigilia con due risultati su tre a disposizione. Il post Juventus-Bayern accomuna tutti i tifosi juventini in un unico sentimento: la delusione. Un'emozione che si tramuta in rabbia, rassegnazione e critica. Il popolo bianconero del web è in tumulto: le "quattro pere", come graficamente suggerito da adryanapoli dal forum di SKY.it, restano indigeste, come difficile da digerire è, soprattutto, il modo in cui è avvenuta la debacle. Colpe, accuse, suggerimenti e l'aspettativa che qualcuno debba pagare, affollano le discussioni. "Niente da aggiungere", campeggia nella homepage del sito Pianetabianconero.com: è solo il preambolo di lunghe e sferzanti sciabolate riservate alla squadra. "La mia svolta l'ho fatta e ho scritto qualche commento. Ora spero che la svolta ci sia in panchina e se possibile a gennaio sbattere qualcuno in qualche altra squadra in prestito", è il consiglio di Daijuve sul forum. Sul banco degli imputati, oltre ai calciatori, c'è anche il tecnico Ciro Ferrara: "Fuori dalle p... Danette, innanzitutto", ribadisce in un misto di sarcasmo e amarezza LeRoiMichel.
Tutto ciò che è accaduto la scorsa settimana, con i cori dei tifosi riservati a Balotelli, sembra essersi trasformato in un boomerang ancora più doloroso. "Al posto di fischiare Balotelli, fischiate quelle chiaviche che vestono la nostra maglia", è l'invito di Pelle. La società non è immune da colpe, anzi, resta la principale indiziata per scelte che sembrano non condivise: "Via gli attuali proprietari, col calcio non c'entrano nulla", auspica Paliazzo 88 su J1897, mentre qualche nostalgico dal forum Magicajuventus invoca la triade: "Viva Luciano Moggi".
Straborda di rassegnazione, invece, il sito Vecchiasignora.com: "Che c... il Milan", si dice, e poi c'è la speranza che alla già cocente umiliazione non si aggiunga anche la beffa: "Speriamo che escano anche gli onesti", è l'augurio di Gab87. Insomma, il morale dei tifosi della Juve è sotto i tacchi, ma qualcuno suggerisce la ricetta giusta per risollevarsi...quella del tiramisù.
Tutto ciò che è accaduto la scorsa settimana, con i cori dei tifosi riservati a Balotelli, sembra essersi trasformato in un boomerang ancora più doloroso. "Al posto di fischiare Balotelli, fischiate quelle chiaviche che vestono la nostra maglia", è l'invito di Pelle. La società non è immune da colpe, anzi, resta la principale indiziata per scelte che sembrano non condivise: "Via gli attuali proprietari, col calcio non c'entrano nulla", auspica Paliazzo 88 su J1897, mentre qualche nostalgico dal forum Magicajuventus invoca la triade: "Viva Luciano Moggi".
Straborda di rassegnazione, invece, il sito Vecchiasignora.com: "Che c... il Milan", si dice, e poi c'è la speranza che alla già cocente umiliazione non si aggiunga anche la beffa: "Speriamo che escano anche gli onesti", è l'augurio di Gab87. Insomma, il morale dei tifosi della Juve è sotto i tacchi, ma qualcuno suggerisce la ricetta giusta per risollevarsi...quella del tiramisù.
30/11/09
Euro-partite truccate, quando il calcio finisce nel pallone
Diciassette arresti tra Germania e Svizzera la settimana scorsa, centinaia di partite truccate. L'Europa pallonara sottosopra, l'indignazione Uefa. Ma stavolta (almeno fino a nuove, eventuali, brutte sorprese) l'Italia non c'entra. Noi in fondo, a differenza di quanto sta avvenendo all'estero in questi giorni, abbiamo già dato. Tanti anni fa. Conviene ricordare.
Un'ombra allungatasi per un trentennio, una colpa mai espiata e il dubbio, la vergogna, lo scandalo, sotterrati, ma pronti a riemergere al primo campanello d'allarme. Un calcio non più giocato negli stadi, ma nelle ricevitorie: vincite, risultati fasulli e soldi tanti, troppi. Nel bel mezzo della partita, ovviamente, chi il gioco lo fa e il punteggio lo decide: i calciatori, allo stesso tempo vittime e colpevoli di una piaga da pronunciare sottovoce, il calcio scommesse.
La cronaca attuale, con le vicende rimbalzate dal centro Europa, Germania, Bochum sulla corruzione nel calcio tedesco e non solo, riporta alla mente il dolore di ferite, sì cicatrizzate, ma che ancora fanno male.In Italia lo scandalo del Totonero del 1980 fu una delle pagine più buie della storia del calcio nazionale. In manette finirono Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Giuseppe Wilson della Lazio, Giorgio Morini ed Enrico Albertosi del Milan, solo per citare all'epoca i più famosi, che furono prelevati dal campo e trasportati direttamente nel carcere romano di Regina Coeli. Ad altri come Paolo Rossi, Beppe Savoldi, Giuseppe Dossena e Oscar Damiani, furono consegnati ordini di comparizione. Per tutti la stessa accusa: illecito sportivo. Era il 23 marzo e il calcio nostrano finì nel caos. Radiazioni, squalifiche e una macchia difficile da ripulire. Ci riuscì solo il Pablito Mundial che nel cuore degli italiani scontò la sua colpa con 3 anni da spettatore e 6 gol che regalarono agli azzurri la Coppa del Mondo a Spagna '82.
Per molto tempo si visse nel tentativo di restituire credibilità a un calcio che aveva perso la faccia davanti all'Europa e al Mondo, eccetto che nel mese di gloria della cavalcata iridata. Eppure di lì a qualche anno nuovi dubbi si trasformarono in certezze. Il 2 maggio 1986 scoppiò il nuovo scandalo, denominato Totonero bis che coinvolse Bari, Napoli (entrambe assolte) e Udinese (retrocessa) in serie A e molti altri club di B e C, nonchè calciatori e dirigenti che non furono risparmiati da sentenze durissime: dai 5 anni con proposta di radiazione al mese di squalifica.
Da lì in poi 16 anni in cui il calcio giocato prese il sopravvento. Diego Maradona, l'epopea Milan tra Sacchi e Capello, i successi della Juve, gli scudetti di Lazio e Roma dominarono la scena calcistica sotterrando, fin quasi a farlo dimenticare, ma senza sconfiggerlo, un male subdolo che riemerse nel 2000 e che costò a Giuseppe Sculli, all'epoca attaccante del Crotone, 8 mesi di squalifica (scontati nel 2006) per aver accettato 20 milioni di lire per non alterare il risultato, e dunque, l'accordo che prevedeva la vittoria del Messina, avversario dei calabresi. Impigliato nella rete dello scandalo ci finì anche l'allora esordiente e in odore di Nazionale Stefano Bettarini (difensore della Samp) che nel 2005 venne squalificato per 5 mesi con l'accusa di aver tentato di alterare il risultato di alcune partite. Per concludere l'infelice excursus, lo scandalo di Udine e delle scommesse fatte dai calciatori attraverso un edicolante friulano tenne lontano dal campo David Di Michele e Vincenzo Sommese rispettivamente per 3 e 5 mesi e fece tremare anche l'allora neo-milanista Marek Jankulovski.Una cavalcata a ritroso per esorcizzare nuovi fantasmi, l'eco del campanello d'allarme suonato in Germania giunge lontana. L'Italia è salva, per ora...
Un'ombra allungatasi per un trentennio, una colpa mai espiata e il dubbio, la vergogna, lo scandalo, sotterrati, ma pronti a riemergere al primo campanello d'allarme. Un calcio non più giocato negli stadi, ma nelle ricevitorie: vincite, risultati fasulli e soldi tanti, troppi. Nel bel mezzo della partita, ovviamente, chi il gioco lo fa e il punteggio lo decide: i calciatori, allo stesso tempo vittime e colpevoli di una piaga da pronunciare sottovoce, il calcio scommesse.
La cronaca attuale, con le vicende rimbalzate dal centro Europa, Germania, Bochum sulla corruzione nel calcio tedesco e non solo, riporta alla mente il dolore di ferite, sì cicatrizzate, ma che ancora fanno male.In Italia lo scandalo del Totonero del 1980 fu una delle pagine più buie della storia del calcio nazionale. In manette finirono Massimo Cacciatori, Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Giuseppe Wilson della Lazio, Giorgio Morini ed Enrico Albertosi del Milan, solo per citare all'epoca i più famosi, che furono prelevati dal campo e trasportati direttamente nel carcere romano di Regina Coeli. Ad altri come Paolo Rossi, Beppe Savoldi, Giuseppe Dossena e Oscar Damiani, furono consegnati ordini di comparizione. Per tutti la stessa accusa: illecito sportivo. Era il 23 marzo e il calcio nostrano finì nel caos. Radiazioni, squalifiche e una macchia difficile da ripulire. Ci riuscì solo il Pablito Mundial che nel cuore degli italiani scontò la sua colpa con 3 anni da spettatore e 6 gol che regalarono agli azzurri la Coppa del Mondo a Spagna '82.
Per molto tempo si visse nel tentativo di restituire credibilità a un calcio che aveva perso la faccia davanti all'Europa e al Mondo, eccetto che nel mese di gloria della cavalcata iridata. Eppure di lì a qualche anno nuovi dubbi si trasformarono in certezze. Il 2 maggio 1986 scoppiò il nuovo scandalo, denominato Totonero bis che coinvolse Bari, Napoli (entrambe assolte) e Udinese (retrocessa) in serie A e molti altri club di B e C, nonchè calciatori e dirigenti che non furono risparmiati da sentenze durissime: dai 5 anni con proposta di radiazione al mese di squalifica.
Da lì in poi 16 anni in cui il calcio giocato prese il sopravvento. Diego Maradona, l'epopea Milan tra Sacchi e Capello, i successi della Juve, gli scudetti di Lazio e Roma dominarono la scena calcistica sotterrando, fin quasi a farlo dimenticare, ma senza sconfiggerlo, un male subdolo che riemerse nel 2000 e che costò a Giuseppe Sculli, all'epoca attaccante del Crotone, 8 mesi di squalifica (scontati nel 2006) per aver accettato 20 milioni di lire per non alterare il risultato, e dunque, l'accordo che prevedeva la vittoria del Messina, avversario dei calabresi. Impigliato nella rete dello scandalo ci finì anche l'allora esordiente e in odore di Nazionale Stefano Bettarini (difensore della Samp) che nel 2005 venne squalificato per 5 mesi con l'accusa di aver tentato di alterare il risultato di alcune partite. Per concludere l'infelice excursus, lo scandalo di Udine e delle scommesse fatte dai calciatori attraverso un edicolante friulano tenne lontano dal campo David Di Michele e Vincenzo Sommese rispettivamente per 3 e 5 mesi e fece tremare anche l'allora neo-milanista Marek Jankulovski.Una cavalcata a ritroso per esorcizzare nuovi fantasmi, l'eco del campanello d'allarme suonato in Germania giunge lontana. L'Italia è salva, per ora...
10/11/09
Roma-Lazio, 2-2 dietro le quinte. Totti: torno dopo la sosta
Manca poco meno di un mese al derby più acceso d'Italia ma Roma-Lazio si è giocata, in parte, ne La Casa dello Sport di SKY. Bocche cucite, frasi pronunciate tra i denti, gli umori non sono dei migliori soprattutto in casa biancoceleste, ma un po' di voglia di abbandonare le tensioni da spogliatoio c'è. Avversari in campo, amici fuori, ci si incontra e si commenta la giornata di campionato. La disponibilità di Pasqualino Foggia sarebbe illimitata se solo il catenaccio imposto dal silenzio stampa non lo costringesse a stare sulle difensive. "Accà va tutt' stuort", è l'eco che rimbomba in perfetta lingua madre. Sintomo di un malessere dettato anche da una cospicua dose di sfortuna. E poi c'è Julio Cruz che del progetto Lazio ha sposato onori e soprattutto oneri come lascia intendere a chi gli chiede in regalo la maglietta: "Non posso, non è colpa mia, qui risparmiano sulla luce e pure sull'aria", lo si era capito, un periodaccio in tutto e per tutto.Sull'altra sponda del Tevere, Francesco Totti si concede ai microfoni di Sky Sport 24: “Il campionato è aperto, l’Inter ha temperamento e forza ma noi vogliamo arrivare almeno quarti”. Vito Scala ci rassicura sulle condizioni del capitano della Roma: "Ha ricominciato a correre - dice - stiamo facendo un lavoro di natura muscolare, dopo la sosta potrebbe essere pronto, Bari o Atalanta le gare possibili per il suo ritorno in campo". Il buon Vito fa gli interessi d'er Pupone ma il grande occhio, anzi l'ultrasensibile orecchio di SKY.it capta sensazioni contrastanti. "A Vi', però sto ginocchio me fa male". Insomma, nuovi dolori in casa giallorossa e se ci mettiamo anche l'infortunio di De Rossi, il derby del dietro le quinte è bello che giocato: 2-2 con reti di Foggia, Cruz, Totti e De Rossi. Qualcuno ci metterebbe la firma?
07/11/09
Effetto Milan, il sorriso di Pato e la saudade di Thiago
In campo è tutta un'altra storia. Facce scavate dalla tensione, adrenalina a mille, muscoli pronti ad esplodere in uno scatto, in un tiro. Li abbiamo sempre visti così, non riuscendo mai, pienamente, a cogliere l'essenza di quei campioni che ci fanno gioire e penare, esultare e disperare. Pato, Thiago Silva, Borriello e Seedorf costituiscono parte della spina dorsale di un Milan che ha saputo risalire la china rinvigorito dopo la depressione d'inizio stagione.
A vederli nei dietro le quinte de "La casa dello sport", il perché appare lampante. Caratteri diversi, un giusto mix per capire che in una squadra, oltre a moduli e schemi, occorre di più. Il saggio Clarence che non perde un attimo in cose banali: è una delle menti del gruppo, e si vede. Parla poco, parte in dribbling e quando ancora aspetti una risposta e già bello che andato.L'affascinante Borriello, che ha mandato in bianco tanti difensori e non solo, è abile a ricevere l'assist ma non a trasformarlo in "rete, rete, rete", preferisce fare melina: "Un consiglio a Legrottaglie che si è fidanzato? Nessuno". Come dire: prendi palla e fai salire la squadra.
Nell'aspettare Thiago Silva e Pato, l'argomento non può che essere il campionato e allora si discute sul Napoli che sta giocando un gran calcio e si scopre che è Mazzarri il segreto di Pulcinella. Finalmente spuntano i due brasiliani, Thiago è in borghese, se ne sta appoggiato ad un muro con la faccia da duro e con quella malcelata timidezza che ostenta saudade, ma non del Brasile, di un gol (annullato col Real e sfiorato col Chievo) che vorrebbe arrivasse presto: "Con la Lazio è il momento giusto? Speriamo - dice - Ma l'importante è che vinca la squadra", Come dargli torto?
E finalmente è la volta di Pato, insieme a Ronaldinho, la fotografia di un Milan che ha ritrovato serenità e felicità. Sorrisi per tutti, strette di mano, una pacca sulle spalle e parole pesate con molta, molta Sapienza.
A vederli nei dietro le quinte de "La casa dello sport", il perché appare lampante. Caratteri diversi, un giusto mix per capire che in una squadra, oltre a moduli e schemi, occorre di più. Il saggio Clarence che non perde un attimo in cose banali: è una delle menti del gruppo, e si vede. Parla poco, parte in dribbling e quando ancora aspetti una risposta e già bello che andato.L'affascinante Borriello, che ha mandato in bianco tanti difensori e non solo, è abile a ricevere l'assist ma non a trasformarlo in "rete, rete, rete", preferisce fare melina: "Un consiglio a Legrottaglie che si è fidanzato? Nessuno". Come dire: prendi palla e fai salire la squadra.
Nell'aspettare Thiago Silva e Pato, l'argomento non può che essere il campionato e allora si discute sul Napoli che sta giocando un gran calcio e si scopre che è Mazzarri il segreto di Pulcinella. Finalmente spuntano i due brasiliani, Thiago è in borghese, se ne sta appoggiato ad un muro con la faccia da duro e con quella malcelata timidezza che ostenta saudade, ma non del Brasile, di un gol (annullato col Real e sfiorato col Chievo) che vorrebbe arrivasse presto: "Con la Lazio è il momento giusto? Speriamo - dice - Ma l'importante è che vinca la squadra", Come dargli torto?
E finalmente è la volta di Pato, insieme a Ronaldinho, la fotografia di un Milan che ha ritrovato serenità e felicità. Sorrisi per tutti, strette di mano, una pacca sulle spalle e parole pesate con molta, molta Sapienza.
Che portoghesi gli spagnoli: ma ora addio paradiso fiscale

Dura lex, sed lex. E la Spagna dovrà adeguarsi. Money, argent, soldi e dinero dal primo gennaio 2010 saranno un po' più uguali di quanto la moneta unica, l'Euro, possa dire. E sì perché dal 2003 ad ora la legge per i club della Liga non è stata poi così "fiscale". Roba da "ti piace vincere facile" per promuovere il prodotto calcio, per strappare i grandi campioni alle altre big d'Europa grazie alle tasse più docili imposte ai calciatori stranieri. Il peccato è stato consumato, il paradiso fiscale non più appetibile per società come Real Madrid e Barcellona che hanno avuto, in sei anni, l'occasione di portare a casa i calciatori più acclamati e di un certo appeal non solo calcistico, con introiti sicuri in termini di prestazioni sul campo, ed economico, che ha visto schizzare le entrare derivanti dal merchandising.
Almeno trenta calciatori avrebbero potuto scegliere di non giocare nella Liga, molti di essi sarebbero approdati in Premier, rimasti in Italia o esplorato altri orizzonti. Samuel, Cassano, Cannavaro, Zambrotta, Emerson, Thuram, Rossi, Kakà, Ibrahimovic, Maxwell, solo per citare gli "scippi" dalla serie A. Per non contare le trattative intavolate dai club italiani per acquistare gente del calibro di Owen e Ronaldinho (all'epoca inseguiti dall'Inter), o Henry (che ha scelto il Barça scartando l'ipotesi Milan), sfumate per l'impossibilità di pareggiare almeno l'offerta, e tanti altri per i quali le società del nostro campionato hanno deciso di lasciar perdere.
Nel tempo, lo stesso Beckham, da cui la legge sulla tassazione agevolata ha preso il nome, ma anche i talenti emergenti del calcio argentino come Higuaìn (inseguito dalla Fiorentina) o Gago, ma ancora Marquez, i due Diarra, Hleb, Van der Vaart (che la Juve avrebbe voluto strappare all'Amburgo) e poi Benzema (per il quale Moratti avrebbe fatto un grosso sacrificio economico) . Un bel bottino, e pure in saldo, di cui la Liga si è giovata per aumentare lo spettacolo, per conquistare due Champions League (Barcellona 2005-06, 2008-09) e tre Coppe Uefa (Valencia 2003-04 e Siviglia 2005-06, 2006-07), per accaparrarsi il titolo di campionato più bello d'Europa. Una scorciatoia improvvisamente interrotta dall'imminente riforma, un'inversione di tendenza che permetterà di non considerare più "portoghesi" anche gli spagnoli.
Almeno trenta calciatori avrebbero potuto scegliere di non giocare nella Liga, molti di essi sarebbero approdati in Premier, rimasti in Italia o esplorato altri orizzonti. Samuel, Cassano, Cannavaro, Zambrotta, Emerson, Thuram, Rossi, Kakà, Ibrahimovic, Maxwell, solo per citare gli "scippi" dalla serie A. Per non contare le trattative intavolate dai club italiani per acquistare gente del calibro di Owen e Ronaldinho (all'epoca inseguiti dall'Inter), o Henry (che ha scelto il Barça scartando l'ipotesi Milan), sfumate per l'impossibilità di pareggiare almeno l'offerta, e tanti altri per i quali le società del nostro campionato hanno deciso di lasciar perdere.
Nel tempo, lo stesso Beckham, da cui la legge sulla tassazione agevolata ha preso il nome, ma anche i talenti emergenti del calcio argentino come Higuaìn (inseguito dalla Fiorentina) o Gago, ma ancora Marquez, i due Diarra, Hleb, Van der Vaart (che la Juve avrebbe voluto strappare all'Amburgo) e poi Benzema (per il quale Moratti avrebbe fatto un grosso sacrificio economico) . Un bel bottino, e pure in saldo, di cui la Liga si è giovata per aumentare lo spettacolo, per conquistare due Champions League (Barcellona 2005-06, 2008-09) e tre Coppe Uefa (Valencia 2003-04 e Siviglia 2005-06, 2006-07), per accaparrarsi il titolo di campionato più bello d'Europa. Una scorciatoia improvvisamente interrotta dall'imminente riforma, un'inversione di tendenza che permetterà di non considerare più "portoghesi" anche gli spagnoli.
Iscriviti a:
Post (Atom)