Ha 16 anni ed è tesserato per il club più famoso d'Argentina. Cresciuto a
Fuscaldo, in provincia di Cosenza, vuole sfondare nella squadra che fu
di Diego Armando Maradona. LEGGI L'ARTICOLO SU Skysporthd.it...
GUARDA IL VIDEO
Non esistono formazioni, né partite, né punteggi, ormai succede tutto solo alla televisione e alla radio...
Visualizzazione post con etichetta argentina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta argentina. Mostra tutti i post
21/03/14
23/07/11
Non solo Lamela e Alvarez, il vero affare è Rodriguez
LEGGI L'ARTICOLO SU Sky.it
E' quasi passato inosservato, superato, inspiegabilmente dai vari Ricky Alvarez ed Erik Lamela per restare ai suoi colleghi più blasonati d'Argentina. Meno di Ganso, largamente in ombra rispetto a Neymar, addirittura secondo all'uruguayano Alejandro Martinuccio, vice campione sudamericano con il Penarol. L'affare del mercato, specie ora che è stata riabilitata la norma sull'acquisto del secondo extracomunitario, è Patricio Rodriguez. Niente fumo negli occhi ma qualità e classe da vendere per questo "volante" cresciuto nell'Independiente e trasformatosi, nel giro di poco tempo, da promessa in titolare inamovibile. E ciò che non guasta è il costo, molto più accessibile rispetto alle valutazioni che dei propri gioielli hanno fatto il River (15 milioni per Lamela), il San Paolo (80 o giù di lì per i due fenomeni Neymar e Ganso). El "Patito", così soprannominato, lo si porta a casa con al massimo 10 milioni di euro ed è un talento purissimo sul quale vale la pena scommettere.
Un classe 1990 con alle spalle già diverse partite internazionali, in Copa Libertadores e nella Copa Sudamericana. Le caratteristiche sono quelle tipiche del fantasista: brevilineo, bruciante nello scatto, un destro vellutato (anche il sinistro non è male) e all'occorrenza ricopre, senza problemi, il ruolo di attaccante esterno. Uno che farebbe la fortuna di chi pratica il 4-3-3 oppure un modulo che prevede il trequartista sia esso centrale o sulla fascia.
Nato a Quilmes e cresciuto nelle giovalini dei "Rojos", Rodriguez tende ad assomigliare al suo idolo Cristiano Ronaldo, nelle movenze, nell'efficacia delle sue giocate, mai banali. In Argentina ha stupito tutti a suon di gol e di assist. La prima doppietta nella Primera risale al Torneo di Apertura 2009 con due reti, il secondo un destro da fuori area all'incrocio dei pali, che hanno condotto l'Independiente al successo. Le prodezze di "Patito" si sono susseguite nel corso dei mesi: un gol all'Olimpo nel 2-1 per la sua squadra, un'altra rete nel 3-1 al Colon, la doppietta all'Huracan nel 5-1 di fine stagione. Il gol al Deportivo Quito nei gironi della Copa Libertadores è stata la consacrazione internazionale di un giocatore meno inflazionato e dunque con un rapporto qualità-prezzo, al pari di età e rischio scommessa, migliore di quelli menzionati in questa prima parte del calciomercato.
D'altronde, anche nel 2009, si andò a caccia dei grandi nomi e solo l'Inter riuscì a fare il botto con Sneijder, Eto'o e Milito spendendo però cifre considerevoli per giocatori già affermati. Alla Juve arrivò il deludente Diego, al Milan il timido Huntelaar, mentre il Palermo seppe scegliere bene: dall'Huracan per circa 5 milioni giunse in Italia Javier Pastore, allora sconoscuto al grande pubblico, proprio come Patricio "Patito" Rodriguez.
E' quasi passato inosservato, superato, inspiegabilmente dai vari Ricky Alvarez ed Erik Lamela per restare ai suoi colleghi più blasonati d'Argentina. Meno di Ganso, largamente in ombra rispetto a Neymar, addirittura secondo all'uruguayano Alejandro Martinuccio, vice campione sudamericano con il Penarol. L'affare del mercato, specie ora che è stata riabilitata la norma sull'acquisto del secondo extracomunitario, è Patricio Rodriguez. Niente fumo negli occhi ma qualità e classe da vendere per questo "volante" cresciuto nell'Independiente e trasformatosi, nel giro di poco tempo, da promessa in titolare inamovibile. E ciò che non guasta è il costo, molto più accessibile rispetto alle valutazioni che dei propri gioielli hanno fatto il River (15 milioni per Lamela), il San Paolo (80 o giù di lì per i due fenomeni Neymar e Ganso). El "Patito", così soprannominato, lo si porta a casa con al massimo 10 milioni di euro ed è un talento purissimo sul quale vale la pena scommettere.
Un classe 1990 con alle spalle già diverse partite internazionali, in Copa Libertadores e nella Copa Sudamericana. Le caratteristiche sono quelle tipiche del fantasista: brevilineo, bruciante nello scatto, un destro vellutato (anche il sinistro non è male) e all'occorrenza ricopre, senza problemi, il ruolo di attaccante esterno. Uno che farebbe la fortuna di chi pratica il 4-3-3 oppure un modulo che prevede il trequartista sia esso centrale o sulla fascia.
Nato a Quilmes e cresciuto nelle giovalini dei "Rojos", Rodriguez tende ad assomigliare al suo idolo Cristiano Ronaldo, nelle movenze, nell'efficacia delle sue giocate, mai banali. In Argentina ha stupito tutti a suon di gol e di assist. La prima doppietta nella Primera risale al Torneo di Apertura 2009 con due reti, il secondo un destro da fuori area all'incrocio dei pali, che hanno condotto l'Independiente al successo. Le prodezze di "Patito" si sono susseguite nel corso dei mesi: un gol all'Olimpo nel 2-1 per la sua squadra, un'altra rete nel 3-1 al Colon, la doppietta all'Huracan nel 5-1 di fine stagione. Il gol al Deportivo Quito nei gironi della Copa Libertadores è stata la consacrazione internazionale di un giocatore meno inflazionato e dunque con un rapporto qualità-prezzo, al pari di età e rischio scommessa, migliore di quelli menzionati in questa prima parte del calciomercato.
D'altronde, anche nel 2009, si andò a caccia dei grandi nomi e solo l'Inter riuscì a fare il botto con Sneijder, Eto'o e Milito spendendo però cifre considerevoli per giocatori già affermati. Alla Juve arrivò il deludente Diego, al Milan il timido Huntelaar, mentre il Palermo seppe scegliere bene: dall'Huracan per circa 5 milioni giunse in Italia Javier Pastore, allora sconoscuto al grande pubblico, proprio come Patricio "Patito" Rodriguez.
Etichette:
argentina,
erik lamela,
independiente,
patricio rodriguez,
ricky alvarez
06/07/11
Lo strano percorso di Antonio: vi racconto la mia Argentina
LEGGI L'ARTICOLO SU Sky.it
La città, Rosario, non rende certamente giustizia alle lande desolate della Patagonia di cui Osvaldo Soriano riuscì a raccontare il futbol, quello fatto di personaggi improbabili come Peregrino Fernandez e di partite senza fine che si giocano contro un avversario o contro la vita. La storia, quella sì, si avvicina molto ai racconti di cui uno dei più grandi scrittori di calcio ci ha fatto innamorare. Antonio Stelitano ha 23 anni, il sogno di diventare un calciatore professionista, la voglia di esplorare il Paese che, insieme al Brasile, è il maggior esportatore di talenti in Europa. Il suo è un viaggio al contrario, inusuale, forse unico: dall’Italia all’Argentina per giocare al calcio, proprio nell’anno in cui il Paese della presidentessa Kirchner ospita la Copa America. Rosario è la città natale di Leo Messi, la squadra di Antonio è il C.A.U. abbreviazione di Club Athletic Union. La categoria non è la Primera del grande Boca o la Segunda del neo retrocesso River, ma una "serie C di tutto rispetto dove il denaro conta fino a un certo punto e la "garra" (la grinta) è l'ingrediente che non deve mancare: "Un'ipotesi affascinante che mi è stata prospettata, non ci ho pensato, ho fatto le valigie e sono partito, voglio restare nel giro che conta, non importa se così lontano da casa, Bolivia e Perù andrebbero bene lo stesso". Le offerte non mancano e ad agosto si vedrà, intanto la stagione per "El Tano" (l'italiano), così soprannominato, è stata formativa: "Pubblico strepitoso anche nel torneo Argentinos (la nostra Lega Pro) – dice – Tanta gente sugli spalti, un entusiasmo infinito, un modo di giocare al calcio totalmente differente, tanto pallone, poca tattica".
Uno stipendio decoroso, vitto e alloggio a carico della società per l'ex difensore dell'Igea Virtus che ha potuto respirare l'attesa di una nazione per un successo che manca da 18 anni: "Qui ci tengono troppo alla Selecciòn – racconta – ma al calcio in generale, c'è gente che non riesce a mangiare ma trova i soldi per andare allo stadio". Tutto ciò nonostante strutture non sempre sicure, luogo di conquista delle pericolosissime "Barras Bravas" ("vengono a disturbare gli allenamenti"), effetti collaterali di un'esasperazione calcistica che gli argentini sono disposti (non sempre) a tollerare. La nazionale, a campionati conclusi, ha ora monopolizzato i cuori: l'esordio stentato con la Bolivia e la necessità di puntare al titolo non bloccheranno le gambe. "La Copa la vincerà l'Argentina, il pubblico la spingerà al successo – dice Stelitano – Hanno un attacco formidabile anche se a Messi non perdonano il fatto che in Europa vince tutto e quando gioca per la Nazionale non si esprime al massimo".
Le "piccole" Bolivia, Venezuela e Perù sono ossi duri da battere: "Il calcio si evolve anche nei Paesi più poveri e poi qui le squadre meno forti giocano con grande determinazione, non si risparmiano e possono mettere in difficoltà le grandi". Se Messi è l'incompiuto e per gli argentini Lavezzi è stimato, Aguero potrà fare la differenza: "Sarà lui l'uomo decisivo – dice Stelitano – E' in forma e ora Batista gli darà fiducia. Le voci di mercato lo stanno caricando". E infine un consiglio: "Chi prende Banega fa un affare, è un grande". A buon intenditor poche parole.
La città, Rosario, non rende certamente giustizia alle lande desolate della Patagonia di cui Osvaldo Soriano riuscì a raccontare il futbol, quello fatto di personaggi improbabili come Peregrino Fernandez e di partite senza fine che si giocano contro un avversario o contro la vita. La storia, quella sì, si avvicina molto ai racconti di cui uno dei più grandi scrittori di calcio ci ha fatto innamorare. Antonio Stelitano ha 23 anni, il sogno di diventare un calciatore professionista, la voglia di esplorare il Paese che, insieme al Brasile, è il maggior esportatore di talenti in Europa. Il suo è un viaggio al contrario, inusuale, forse unico: dall’Italia all’Argentina per giocare al calcio, proprio nell’anno in cui il Paese della presidentessa Kirchner ospita la Copa America. Rosario è la città natale di Leo Messi, la squadra di Antonio è il C.A.U. abbreviazione di Club Athletic Union. La categoria non è la Primera del grande Boca o la Segunda del neo retrocesso River, ma una "serie C di tutto rispetto dove il denaro conta fino a un certo punto e la "garra" (la grinta) è l'ingrediente che non deve mancare: "Un'ipotesi affascinante che mi è stata prospettata, non ci ho pensato, ho fatto le valigie e sono partito, voglio restare nel giro che conta, non importa se così lontano da casa, Bolivia e Perù andrebbero bene lo stesso". Le offerte non mancano e ad agosto si vedrà, intanto la stagione per "El Tano" (l'italiano), così soprannominato, è stata formativa: "Pubblico strepitoso anche nel torneo Argentinos (la nostra Lega Pro) – dice – Tanta gente sugli spalti, un entusiasmo infinito, un modo di giocare al calcio totalmente differente, tanto pallone, poca tattica".
Uno stipendio decoroso, vitto e alloggio a carico della società per l'ex difensore dell'Igea Virtus che ha potuto respirare l'attesa di una nazione per un successo che manca da 18 anni: "Qui ci tengono troppo alla Selecciòn – racconta – ma al calcio in generale, c'è gente che non riesce a mangiare ma trova i soldi per andare allo stadio". Tutto ciò nonostante strutture non sempre sicure, luogo di conquista delle pericolosissime "Barras Bravas" ("vengono a disturbare gli allenamenti"), effetti collaterali di un'esasperazione calcistica che gli argentini sono disposti (non sempre) a tollerare. La nazionale, a campionati conclusi, ha ora monopolizzato i cuori: l'esordio stentato con la Bolivia e la necessità di puntare al titolo non bloccheranno le gambe. "La Copa la vincerà l'Argentina, il pubblico la spingerà al successo – dice Stelitano – Hanno un attacco formidabile anche se a Messi non perdonano il fatto che in Europa vince tutto e quando gioca per la Nazionale non si esprime al massimo".
Le "piccole" Bolivia, Venezuela e Perù sono ossi duri da battere: "Il calcio si evolve anche nei Paesi più poveri e poi qui le squadre meno forti giocano con grande determinazione, non si risparmiano e possono mettere in difficoltà le grandi". Se Messi è l'incompiuto e per gli argentini Lavezzi è stimato, Aguero potrà fare la differenza: "Sarà lui l'uomo decisivo – dice Stelitano – E' in forma e ora Batista gli darà fiducia. Le voci di mercato lo stanno caricando". E infine un consiglio: "Chi prende Banega fa un affare, è un grande". A buon intenditor poche parole.
Etichette:
antonio stelitano,
argentina,
club athletic union,
copa america
05/07/10
Loew profile, la ricetta tedesca è l'anti-Maradona
"So come battere l'Argentina ma lo dirò solo ai miei giocatori". Lui conosceva già l'esito della partita prima ancora di giocarla. Quando iniziò la carriera da allenatore nelle giovanili del Winterthur, Joachim Loew, cinquantenne di Schonau im Schwarzwald ex attaccante del Friburgo, sapeva che un giorno sarebbe stato ct della Germania. Un po' santone, un po' tattico, molto pragmatico, certamente un burbero tedesco tosto come i suoi ragazzi che ha fatto della voglia di lavorare, dell'umiltà, della fiducia indiscriminata nella gioventù la forza di una Nazionale partita senza favori alla vigilia di un Mondiale che la vedeva come possibile outsider e nulla più. La ricetta giusta è stata quel Low profile (o se preferite Loew profile) che si sposa perfettamente, non solo a livello fonetico, con il basso profilo che è stato, finora, il fill rouge della Germania a Sudafrica 2010.
Parole sempre misurate, mai un decibel oltre il necessario alla ricerca di un alibi possibile per un'eventuale disfatta dopo aver perso, uno dopo l'altro, giocatori fondamentali come Rolfes, Adler, Ballack, Traesch e Westermann. Dimesso anche nel look, con quel maglioncino color carta da zucchero poco adatto ad addolcire quel suo sguardo da duro con la mascella serrata, impenetrabile per chi ha tentato di carpirgli qualche emozione. Missione impossibile. Un tipo che non bada alla forma e all'apparenza, dicevamo, come in quelle immagini che lo ritraggono intento ad esplorare le sue cavità nasali durante l'epico match tra Germania e Inghilterra. Questione di nervi da scaricare si è detto per un video che è diventato un cult della rete.
Ma Loew è molto di più. E' un maestro di vita, uno che guarda avanti e non indietro, uno capace di sintetizzare nel microcosmo di una squadra di calcio, con maggiore efficacia, il crogiolo di etnie presenti nella società tedesca. Incline a raccogliere il valore aggiunto di un popolo che mescolando capacità ed esperienze diverse ha trovato il modo di crescere nel calcio. Un processo iniziato da un pezzo e che sta dando i suoi frutti ora. Undici giocatori convocati dal doppio passaporto, di cui sette figli di una Germania che sentono propria nel sangue e nell'orgoglio: Aogo, Boateng, Tasci, Khedira, Ozil, Marin e Gomez, una nidiata di giovani campioni accostata ai naturalizzati tedeschi Klose, Podolski, Trochowski e Cacau. Età media di 24,96 anni, corsa, qualità, voglia di sacrificarsi e disciplina tattica. Tanti piccoli Balotelli: un compito arduo farli coesistere tutti e undici per chi guarda da questa parte delle Alpi. Super Mario avrebbe potuto infastidire la sonnolenta quiete degli Azzurri. Un teorema che dimostra l'inconsistenza anche di chi, tanto per citare il più calzante degli esempi, della Francia ha palesato limiti di incompatibilità di uomini provenienti da culture diverse, senza pensare nemmeno per un attimo che il problema fosse altrove: di natura tecnica, di scelte o di atteggiamento.
Loew ha cambiato la mentalità dei Panzer legando a filo doppio la concretezza del calcio tedesco al talento delle nuove generazioni. Una convinzione maturata nelle sue esperienze da allenatore nello Stoccarda, nel Fenerbahce, nel Kalsruhe, nel Tirol Innsbruck e nell'Austria Vienna. Nel suo dinamico 4-4-2 trovano posto almeno quattro uomini offensivi (Ozil, Klose, Podolski e Muller) e Schweinsteiger che un mediano proprio non è. Una manovra ragionata, un gioco fluido e di ampio respiro sfruttando le fasce con Boateng e il capitano Lahm, una difesa arcigna e un portiere, Neuer, tra i più promettenti d'Europa, completano il quadro da incorniciare con un successo importante.
Il basso profilo, perseguito da Loew a Sudafrica 2010, non è soltanto un modo di essere, ma anche una tattica vincente. Joachim il duro insegna, per il momento i risultati gli danno ragione.
L'ARTICOLO SU Sky.it
Parole sempre misurate, mai un decibel oltre il necessario alla ricerca di un alibi possibile per un'eventuale disfatta dopo aver perso, uno dopo l'altro, giocatori fondamentali come Rolfes, Adler, Ballack, Traesch e Westermann. Dimesso anche nel look, con quel maglioncino color carta da zucchero poco adatto ad addolcire quel suo sguardo da duro con la mascella serrata, impenetrabile per chi ha tentato di carpirgli qualche emozione. Missione impossibile. Un tipo che non bada alla forma e all'apparenza, dicevamo, come in quelle immagini che lo ritraggono intento ad esplorare le sue cavità nasali durante l'epico match tra Germania e Inghilterra. Questione di nervi da scaricare si è detto per un video che è diventato un cult della rete.
Ma Loew è molto di più. E' un maestro di vita, uno che guarda avanti e non indietro, uno capace di sintetizzare nel microcosmo di una squadra di calcio, con maggiore efficacia, il crogiolo di etnie presenti nella società tedesca. Incline a raccogliere il valore aggiunto di un popolo che mescolando capacità ed esperienze diverse ha trovato il modo di crescere nel calcio. Un processo iniziato da un pezzo e che sta dando i suoi frutti ora. Undici giocatori convocati dal doppio passaporto, di cui sette figli di una Germania che sentono propria nel sangue e nell'orgoglio: Aogo, Boateng, Tasci, Khedira, Ozil, Marin e Gomez, una nidiata di giovani campioni accostata ai naturalizzati tedeschi Klose, Podolski, Trochowski e Cacau. Età media di 24,96 anni, corsa, qualità, voglia di sacrificarsi e disciplina tattica. Tanti piccoli Balotelli: un compito arduo farli coesistere tutti e undici per chi guarda da questa parte delle Alpi. Super Mario avrebbe potuto infastidire la sonnolenta quiete degli Azzurri. Un teorema che dimostra l'inconsistenza anche di chi, tanto per citare il più calzante degli esempi, della Francia ha palesato limiti di incompatibilità di uomini provenienti da culture diverse, senza pensare nemmeno per un attimo che il problema fosse altrove: di natura tecnica, di scelte o di atteggiamento.
Loew ha cambiato la mentalità dei Panzer legando a filo doppio la concretezza del calcio tedesco al talento delle nuove generazioni. Una convinzione maturata nelle sue esperienze da allenatore nello Stoccarda, nel Fenerbahce, nel Kalsruhe, nel Tirol Innsbruck e nell'Austria Vienna. Nel suo dinamico 4-4-2 trovano posto almeno quattro uomini offensivi (Ozil, Klose, Podolski e Muller) e Schweinsteiger che un mediano proprio non è. Una manovra ragionata, un gioco fluido e di ampio respiro sfruttando le fasce con Boateng e il capitano Lahm, una difesa arcigna e un portiere, Neuer, tra i più promettenti d'Europa, completano il quadro da incorniciare con un successo importante.
Il basso profilo, perseguito da Loew a Sudafrica 2010, non è soltanto un modo di essere, ma anche una tattica vincente. Joachim il duro insegna, per il momento i risultati gli danno ragione.
L'ARTICOLO SU Sky.it
Etichette:
argentina,
germania,
joachim loew
Iscriviti a:
Post (Atom)