Non esistono formazioni, né partite, né punteggi, ormai succede tutto solo alla televisione e alla radio...
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06/06/13
31/07/12
Renan, il "bielobrasiliano" dal destro educato
E' tempo di Olimpiadi. Le antenne sono tutte orientate verso
Londra, la cerimonia d'apertura ha mostrato al mondo la via da seguire: largo
ai giovani. Tutto questo cosa c'entra con il calcio? Obietterete. E invece
c'entra eccome. Lo diciamo da diverse settimane, la via della sopravvivenza è
dettata dalla valorizzazione del prodotto locale, innanzitutto, dalla ricerca
di baldi e motivati giovanotti, in alternativa. Per quanto di massa, lo sport
della pedata è spesso considerato marginale rispetto ai Giochi, un intruso
invitato per questioni di opportunità. E invece il calcio è una delle discipline
storiche dell'Olimpiade dell'era moderna, assente in sole due occasioni,
dunque, indiscutibilmente parte della nobiltà a cinque cerchi.
Non poteva mancare, in tema di calciomercato, uno sguardo al torneo olimpico e non sono venuti meno spunti interessanti e calciatori da tenere d'occhio. I nomi più altisonanti li lasciamo alle grandi squadre, qui si cerca il prodotto di nicchia, acquistabile e fruibile senza troppe pretese. Renan Bardini Bressan (meglio noto con il solo nome di Bressan) è bielorusso di nazionalità ma brasiliano di nascita. Avrebbe meritato di giocare al fianco di Pato, Neymar o Ganso e invece è finito nella più modesta nazionale dell'ex repubblica sovietica.
E’ un classe ’88, nato a Tubarao, nello stato di Santa Caterina, nel sud del Brasile, ma sin da giovanissimo emigrato in Bielorussia dove proprio a inizio 2012 è stato naturalizzato. Giusto in tempo per mettere al servizio della sua nuova nazionale un talento cristallino di cui, finora, si è gingillato il Bate Borisov. E’ un “dieci” classico, non una primadonna, un centrocampista offensivo capace di dettare ritmi e tempi di gioco grazie alla sua visione totale del campo e a un destro educato da madre natura e dai geni del futbol bailado. Il destino ha voluto che fosse proprio lui a segnare il gol del vantaggio bielorusso contro il suo Brasile: Neymar, Pato e Oscàr hanno rimesso le cose a posto, ma poco importa. Renan ha brillato nella vetrina più importante, nel momento migliore, in cui il calcio olimpico rappresenta il supermarket da assaltare in regime di saldo. Non per tutta la merce in esposizione, sia chiaro, ma bisogna anche saper cercare. Per il “bielobrasiliano”, come mi piace definirlo, sarebbe bene fare un sondaggio. Con il suo destro vellutato potrebbe fare la fortuna di pochi. Di quelli che avranno coraggio d’investire.
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Non poteva mancare, in tema di calciomercato, uno sguardo al torneo olimpico e non sono venuti meno spunti interessanti e calciatori da tenere d'occhio. I nomi più altisonanti li lasciamo alle grandi squadre, qui si cerca il prodotto di nicchia, acquistabile e fruibile senza troppe pretese. Renan Bardini Bressan (meglio noto con il solo nome di Bressan) è bielorusso di nazionalità ma brasiliano di nascita. Avrebbe meritato di giocare al fianco di Pato, Neymar o Ganso e invece è finito nella più modesta nazionale dell'ex repubblica sovietica.
E’ un classe ’88, nato a Tubarao, nello stato di Santa Caterina, nel sud del Brasile, ma sin da giovanissimo emigrato in Bielorussia dove proprio a inizio 2012 è stato naturalizzato. Giusto in tempo per mettere al servizio della sua nuova nazionale un talento cristallino di cui, finora, si è gingillato il Bate Borisov. E’ un “dieci” classico, non una primadonna, un centrocampista offensivo capace di dettare ritmi e tempi di gioco grazie alla sua visione totale del campo e a un destro educato da madre natura e dai geni del futbol bailado. Il destino ha voluto che fosse proprio lui a segnare il gol del vantaggio bielorusso contro il suo Brasile: Neymar, Pato e Oscàr hanno rimesso le cose a posto, ma poco importa. Renan ha brillato nella vetrina più importante, nel momento migliore, in cui il calcio olimpico rappresenta il supermarket da assaltare in regime di saldo. Non per tutta la merce in esposizione, sia chiaro, ma bisogna anche saper cercare. Per il “bielobrasiliano”, come mi piace definirlo, sarebbe bene fare un sondaggio. Con il suo destro vellutato potrebbe fare la fortuna di pochi. Di quelli che avranno coraggio d’investire.
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17/07/12
Scapuzzi, fare spesa al Man City non è follia
Ormai è chiaro che il calcio italiano sia un prodotto
“declassato”. I ricchi dell’era moderna, vale a dire investitori arabi o tycoon
russi, piuttosto che americani, preferiscono altre realtà a quella nostrana.
Declassato, dicevamo, nell’appeal forse, ma non nella sua capacità di
rigenerarsi. Molti si disperano nel vedere partire i grandi campioni, i tifosi,
a tutti i livelli, temono che la propria squadra non abbia la capacità di
rinforzarsi. Non siate troppo pessimisti, questa è un’occasione unica per ricostruire
dalle fondamenta il calcio in Italia, rendendolo autoctono, più solido, capace,
nel caso, di esportare più che di importare e di arricchire anziché impoverire.
Non accusatemi di essere un inguaribile sognatore o più moderatamente un
ottimista a oltranza, vedere il bicchiere mezzo pieno è l’inerzia da sfruttare
per un nuovo slancio.
Il suggerimento è quello di cominciare dal riportare i nostri talenti, quelli non ancora maturi, in patria. Nell’occasione la mia attenzione si è focalizzata su Luca Scapuzzi. Sì, è del Manchester City obietterete, come potrebbe tornare in Italia, magari in serie B? Innanzitutto perché a Manchester nell’ultima stagione non ha avuto molto spazio, poi perché Roberto Mancini lo ha comunque mandato in prestito in leghe inferiori, Oldham Athletic prima (in League One), Portsmouth poi (in Championship). Centrocampista offensivo classe 1991 dal fisico affusolato ma con muscoli che devono ancora sviluppare tutta la loro potenza, è cresciuto nelle giovanili del Milan prima della parentesi Portogruaro dove ha vissuto la promozione in serie B prima della fuga.
Nell’estate del 2011 il City aveva deciso di aggregarlo in prova, il gol segnato nella Dublin Super Cup appena entrato in campo aveva convinto i dirigenti a sottoporgli un contratto triennale. Il debutto in Coppa di Lega contro il Birmingham City e il quasi gol (fu poi indicato come autorete) al Wolverhampton, avevano certificato la qualità dell’affare, ma non gli hanno garantito un impiego più frequente. Le esperienze temporanee durante la scorsa stagione non gli hanno permesso di avere continuità di rendimento e nell’annata calcistica che sta per cominciare resterà chiuso dai super campioni del City. Probabilmente verrà messo a disposizione di chi saprà concedergli una chance per giocare con frequenza. Mancini non lo cederà a titolo definitivo, ma in prestito sì. Non sarebbe male fare un tentativo. Cominciamo da qui, facciamo maturare i nostri talenti in Italia.
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Il suggerimento è quello di cominciare dal riportare i nostri talenti, quelli non ancora maturi, in patria. Nell’occasione la mia attenzione si è focalizzata su Luca Scapuzzi. Sì, è del Manchester City obietterete, come potrebbe tornare in Italia, magari in serie B? Innanzitutto perché a Manchester nell’ultima stagione non ha avuto molto spazio, poi perché Roberto Mancini lo ha comunque mandato in prestito in leghe inferiori, Oldham Athletic prima (in League One), Portsmouth poi (in Championship). Centrocampista offensivo classe 1991 dal fisico affusolato ma con muscoli che devono ancora sviluppare tutta la loro potenza, è cresciuto nelle giovanili del Milan prima della parentesi Portogruaro dove ha vissuto la promozione in serie B prima della fuga.
Nell’estate del 2011 il City aveva deciso di aggregarlo in prova, il gol segnato nella Dublin Super Cup appena entrato in campo aveva convinto i dirigenti a sottoporgli un contratto triennale. Il debutto in Coppa di Lega contro il Birmingham City e il quasi gol (fu poi indicato come autorete) al Wolverhampton, avevano certificato la qualità dell’affare, ma non gli hanno garantito un impiego più frequente. Le esperienze temporanee durante la scorsa stagione non gli hanno permesso di avere continuità di rendimento e nell’annata calcistica che sta per cominciare resterà chiuso dai super campioni del City. Probabilmente verrà messo a disposizione di chi saprà concedergli una chance per giocare con frequenza. Mancini non lo cederà a titolo definitivo, ma in prestito sì. Non sarebbe male fare un tentativo. Cominciamo da qui, facciamo maturare i nostri talenti in Italia.
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10/07/12
Forsell, in Finlandia sulle orme di Litmanen
Capita a volte di trovare le gemme più rare nei luoghi più impensati. E’ possibile che materiali così preziosi si conservino nel catrame? La domanda serve a introdurre uno dei più talentuosi giovani calciatori finlandesi. L’accostamento (con la gemma), rende giustizia al suo valore potenziale, quello con il catrame al suo luogo di nascita, Kokkola, Finlandia occidentale, una città che fu tra le più ricche della sua nazione e porto di spedizione per il commercio di bitume.
A metà degli anni ’90 il campionissimo finlandese, il più forte di ogni tempo per il suo Paese, era stato Jari Litmanen, un “dieci” atipico che abbinava la classe sopraffina alla capacità di inserirsi nel rigido 4-3-3 dell’Ajax di Van Gaal, garantendo ai Lancieri un gran numero di reti che hanno contribuito ai successi di una delle squadre più forti degli ultimi 30 anni. Da tempo, in Finlandia, si cerca l’erede, o quantomeno chi possa avvicinare il talento di questo giocatore. Petteri Forsell è stato designato per sopportare un’eredità pesante ma allo stesso tempo stimolante: poter ripercorrere i passi del suo più prestigioso predecessore. Forsell è un classe ’90 che milita nell’IFK Mariehamn, espressione calcistica di una cittadina di appena diecimila abitanti che sta però dando filo da torcere al più blasonato HJK Helsinki in Veikkausliiga.
Le sue caratteristiche tecniche sono quelle tipiche del trequartista: fisico minuto, solo 168 cm di altezza, ma scatto bruciante, dribbling ubriacante e assist al bacio. La sua capacità di “galleggiare” tra le linee lo rende difficile da controllare. E' un destro naturale, ma il suo sinistro non è affatto male, ed è dotato di un tiro non solo preciso ma anche molto potente come dimostrano diversi gol realizzati in campionato. E’ uno dei cardini della nazionale Under 21 finlandese e proprio in un match disputato a giugno in Slovenia, il suo nome è finito sui taccuini di molti degli osservatori del campionato cadetto.
Il Padova sembra aver sondato il terreno per dotarsi di qualità sopraffina nel suo reparto avanzato e su di lui è stato riscontrato l’interesse anche di Brescia e Varese. Secondo le stime degli operatori di mercato il suo valore è compreso tra i 600mila e il milione di euro. La folta chioma bionda lo rende simile a Loki, dio norreno della grande astuzia, ingegnoso inventore di tecniche e diabolico ingannatore. Qualità che applicate al calcio potrebbero valere uno spaventoso salto di qualità.
A metà degli anni ’90 il campionissimo finlandese, il più forte di ogni tempo per il suo Paese, era stato Jari Litmanen, un “dieci” atipico che abbinava la classe sopraffina alla capacità di inserirsi nel rigido 4-3-3 dell’Ajax di Van Gaal, garantendo ai Lancieri un gran numero di reti che hanno contribuito ai successi di una delle squadre più forti degli ultimi 30 anni. Da tempo, in Finlandia, si cerca l’erede, o quantomeno chi possa avvicinare il talento di questo giocatore. Petteri Forsell è stato designato per sopportare un’eredità pesante ma allo stesso tempo stimolante: poter ripercorrere i passi del suo più prestigioso predecessore. Forsell è un classe ’90 che milita nell’IFK Mariehamn, espressione calcistica di una cittadina di appena diecimila abitanti che sta però dando filo da torcere al più blasonato HJK Helsinki in Veikkausliiga.
Le sue caratteristiche tecniche sono quelle tipiche del trequartista: fisico minuto, solo 168 cm di altezza, ma scatto bruciante, dribbling ubriacante e assist al bacio. La sua capacità di “galleggiare” tra le linee lo rende difficile da controllare. E' un destro naturale, ma il suo sinistro non è affatto male, ed è dotato di un tiro non solo preciso ma anche molto potente come dimostrano diversi gol realizzati in campionato. E’ uno dei cardini della nazionale Under 21 finlandese e proprio in un match disputato a giugno in Slovenia, il suo nome è finito sui taccuini di molti degli osservatori del campionato cadetto.
Il Padova sembra aver sondato il terreno per dotarsi di qualità sopraffina nel suo reparto avanzato e su di lui è stato riscontrato l’interesse anche di Brescia e Varese. Secondo le stime degli operatori di mercato il suo valore è compreso tra i 600mila e il milione di euro. La folta chioma bionda lo rende simile a Loki, dio norreno della grande astuzia, ingegnoso inventore di tecniche e diabolico ingannatore. Qualità che applicate al calcio potrebbero valere uno spaventoso salto di qualità.
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26/06/12
Botello, chi vuol essere Millonarios?
Radamel Falcao è l’espressione massima dell’attuale calcio colombiano. L’attaccante dell’Atletico Madrid rappresenta per le giovani generazioni l’obiettivo a cui tendere. Storicamente la Colombia è terra ricca di talenti non sempre sbocciati, vittime di dinamiche interne al Paese che spesso portano a intraprendere le strade della malavita, soprattutto del narcotraffico. Riuscire ad emergere è una vittoria, farsi apprezzare come calciatore la salvezza da una vita piena di insidie. Tra Falcao e Humberto Botello ci sono soltanto due anni di differenza, il primo è un classe ’86, il secondo è nato il 24 giugno 1988. Li accomuna il ruolo, quello di attaccante, e il fatto di essere sbocciati relativamente tardi. Valledupar è il capoluogo del dipartimento di Cesar, nella Colombia settentrionale e si colloca tra la Sierra Nevada de Santa Marta e la Serrania del Perija. E’ sede di una delle prigioni di massima sicurezza più moderne del Paese e ciò lascia intendere l'elevato tasso di criminalità della zona. Eppure da questo luogo così ameno, ma ricco di risorse artistiche essendo la culla della “vallenato”, la musica popolare colombiana, Botello ha presto fatto le valigie per coltivare il suo sogno di diventare calciatore. America de Calì, Estudiantes de Merida in Venezuela, ancora nelle serie minori colombiane con le maglie di Bucaramanga e Cucuta, una nuova esperienza all’estero, in Perù, con l’Inti Gas Deportes, fino al ritorno in patria nel Millonarios FC, blasonato club di Bogotà.
Nella squadra che fu, tra gli altri, di Alfredo Di Stefano è riuscito a dimostrare le sue capacità di uomo d’area di rigore, pronto a ingannare gli avversari partendo sul filo del fuorigioco. Una predilezione appresa, secondo quanto afferma, da uno dei suoi idoli, Filippo Inzaghi. La tecnica non è sopraffina, ma il fiuto del gol lo rende cecchino quasi infallibile all’interno dei sedici metri. Ha vinto il titolo di cannoniere nel torneo di Apertura con 11 gol in 13 partite e ciò la dice lunga sulle sue capacità sottoporta. In Emilia, in passato già (soprattutto) Faustino Asprilla con il Parma, Johnnier Montano tra Parma e Piacenza, e Jorge Bolano a Modena, non sfigurarono per nulla. Con Luis Muriel l’Udinese non ha fallito e l’operazione potrebbe anche ripetersi dal momento che il costo del cartellino di Botello è piuttosto accessibile: 200mila euro o magari qualcosina in più. E’ un calciatore di 24 anni, dunque non difetta di esperienza. E’ pronto per l’uso, occorre solo ingaggiarlo.
Nella squadra che fu, tra gli altri, di Alfredo Di Stefano è riuscito a dimostrare le sue capacità di uomo d’area di rigore, pronto a ingannare gli avversari partendo sul filo del fuorigioco. Una predilezione appresa, secondo quanto afferma, da uno dei suoi idoli, Filippo Inzaghi. La tecnica non è sopraffina, ma il fiuto del gol lo rende cecchino quasi infallibile all’interno dei sedici metri. Ha vinto il titolo di cannoniere nel torneo di Apertura con 11 gol in 13 partite e ciò la dice lunga sulle sue capacità sottoporta. In Emilia, in passato già (soprattutto) Faustino Asprilla con il Parma, Johnnier Montano tra Parma e Piacenza, e Jorge Bolano a Modena, non sfigurarono per nulla. Con Luis Muriel l’Udinese non ha fallito e l’operazione potrebbe anche ripetersi dal momento che il costo del cartellino di Botello è piuttosto accessibile: 200mila euro o magari qualcosina in più. E’ un calciatore di 24 anni, dunque non difetta di esperienza. E’ pronto per l’uso, occorre solo ingaggiarlo.
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12/06/12
Marek Kysela, il piccolo muro della Repubblica Ceca
E’ per una questione di par condicio, ovvero di valore. Lavorare duro e pensare al futuro costruendo un solido settore giovanile è la via per la salvezza. La scorsa settimana abbiamo parlato del Milan, della bontà della sua squadra Primavera incarnata nelle qualità del suo capitano, Luca Bertoni. Alla luce dei risultati ottenuti, è doveroso voltare lo sguardo dall’altra parte del Naviglio dove la negativa stagione dell’Inter è stata inversamente proporzionale a quella dei giovani nerazzurri. Troppo presto fuori dalla Champions, nessuna possibilità di lottare per lo scudetto eppure, paradossalmente, l’annata del club, considerato nel senso più globale del termine, può considerarsi trionfale, certamente positiva.
Avere una Primavera capace di imporsi in Italia, con il successo nella finale tricolore sulla Lazio, è sintomo di grande vitalità, di possibilità di successo negli anni avvenire. La vittoria dello Scudetto arriva a conferma della conquista della Next Generation Series, considerata un po’ da tutti la Champions dei giovani, ottenuta a scapito della miglior scuola d’Europa, l’Ajax. Da qualche ora tutti si sono accorti dei gioiellini di casa Inter, perfettamente forgiati da Andrea Stramaccioni, il cui lavoro è stato portato a termine dall’ottimo Daniele Bernazzani. Si parla di Samuele Longo, destinato al Genoa nell’affare Destro, o di Lorenzo Crisetig, chiesto dal Parma. Del brasiliano Bessa già si è detto in questa sede, ma l’attenzione occorre spostarla su chi, in sordina, ma con la medesima efficacia è da considerarsi colonna di questa squadra, destinato a un grande futuro.
Marek Kysela è il perno difensivo dei giovani nerazzurri, un classe 1992 che arriva dalla Repubblica Ceca, già nazionale Under 21, presto in quella maggiore. All’Inter lo considerano l’erede di Walter Samuel, ha una stazza imponente, 190 centimetri che lo rendono insuperabile nel gioco aereo difensivo e pericoloso nei sedici metri avversari quando si tratta di andare a saltare sui calci piazzati a favore. Nell’ottica di ringiovanimento della prima squadra potrebbe ricavarsi un posto al sole anche se l’opzione che possa andare a maturare altrove, per almeno un anno, appare la più probabile. Fino a qualche giorno fa il suo contratto era in scadenza giugno 2012, ma i bene informati ritengono abbia già firmato il rinnovo. Due le possibilità: acquisto a parametro zero, e sarebbe davvero un bell’affare, oppure richiesta di prestito. Il Crotone ha già sondato il terreno, sarebbe opportuno accelerare le pratiche.
Avere una Primavera capace di imporsi in Italia, con il successo nella finale tricolore sulla Lazio, è sintomo di grande vitalità, di possibilità di successo negli anni avvenire. La vittoria dello Scudetto arriva a conferma della conquista della Next Generation Series, considerata un po’ da tutti la Champions dei giovani, ottenuta a scapito della miglior scuola d’Europa, l’Ajax. Da qualche ora tutti si sono accorti dei gioiellini di casa Inter, perfettamente forgiati da Andrea Stramaccioni, il cui lavoro è stato portato a termine dall’ottimo Daniele Bernazzani. Si parla di Samuele Longo, destinato al Genoa nell’affare Destro, o di Lorenzo Crisetig, chiesto dal Parma. Del brasiliano Bessa già si è detto in questa sede, ma l’attenzione occorre spostarla su chi, in sordina, ma con la medesima efficacia è da considerarsi colonna di questa squadra, destinato a un grande futuro.
Marek Kysela è il perno difensivo dei giovani nerazzurri, un classe 1992 che arriva dalla Repubblica Ceca, già nazionale Under 21, presto in quella maggiore. All’Inter lo considerano l’erede di Walter Samuel, ha una stazza imponente, 190 centimetri che lo rendono insuperabile nel gioco aereo difensivo e pericoloso nei sedici metri avversari quando si tratta di andare a saltare sui calci piazzati a favore. Nell’ottica di ringiovanimento della prima squadra potrebbe ricavarsi un posto al sole anche se l’opzione che possa andare a maturare altrove, per almeno un anno, appare la più probabile. Fino a qualche giorno fa il suo contratto era in scadenza giugno 2012, ma i bene informati ritengono abbia già firmato il rinnovo. Due le possibilità: acquisto a parametro zero, e sarebbe davvero un bell’affare, oppure richiesta di prestito. Il Crotone ha già sondato il terreno, sarebbe opportuno accelerare le pratiche.
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07/06/12
Bertoni, un rossonero in rampa di lancio
Negli ultimi tempi lo abbiamo udito spesso: l’Italia è un
Paese per vecchi. Vale per ogni ambito della vita sociale, da questa verità non
è escluso il calcio. Ci si domanda perché la nostra pedata lasci impronte
sempre meno percettibili a livello internazionale, restiamo stupiti dai
fallimenti di società di categorie inferiori, pur sempre professionistiche,
come sovente accade in Lega Pro, inabissate da debiti persistenti. Un passo
indietro occorre farlo. Non sarà possibile (eppure accadrà) per le big della
nostra serie A? In cadetteria, invece, è la strategia idonea alla sopravvivenza
dei club e perché no propedeutica a possibili stagioni di gloria. Il Pescara
insegna: giovani, volenterosi, affamati, promettenti. Pochi giocatori di
proprietà, molti prestiti. Anche così si può andare avanti. In quest’ottica
s’inserisce il consiglio per l’acquisto di questa settimana, studiato,
preparato e corroborato anche da un risultato significativo: il Milan
qualificatosi per la Final Four Scudetto del campionato Primavera. Gianmario
Comi e Simone Andrea Ganz sono i figli d’arte della formazione di Dolcetti. Da
questa squadra, nel recente passato, sono venuti fuori i vari Strasser, Merkel
e De Sciglio, prima di loro il talentuoso Davide Di Gennaro che così bene ha
fatto a Modena.
Il nome a cui guardare per l’immediato futuro, sfruttando la necessità dei rossoneri di far maturare qualche ragazzino interessante, è quello di Luca Bertoni, un cognome che richiama alla mente quello di un argentino campione del mondo con l’abiceleste nel lontano 1978. Ma Luca è meno offensivo di Daniel, un centrocampista di costruzione, un regista arretrato capace di cucire il gioco e di dettare i ritmi alla squadra. I più entusiasti rivedono in lui un piccolo Xavi, ama scambiare la palla secondo la versione italiana del tiki-taka blaugrana. A tendere, qualcuno lo vede già come erede del Pirlo perduto, altro traguardo a cui ambire. Confronti che pesano sulle gambe e nella mente di un classe ’92 che ha dedicato metà della sua vita al Milan. Dicono che abbia una lucidità unica nell’analizzare lo sviluppo dell’azione, sia essa in fase difensiva che offensiva. Ultimamente ha migliorato le sue doti di goleador.
E’ difficile che il Milan possa concedergli una chance già dalla prossima stagione aggregandolo alla prima squadra, più semplice mandarlo in prestito a farsi le ossa. Il tempo di giocare con i ragazzi è finito. Bertoni è pronto, qualcuno si faccia avanti.
Il nome a cui guardare per l’immediato futuro, sfruttando la necessità dei rossoneri di far maturare qualche ragazzino interessante, è quello di Luca Bertoni, un cognome che richiama alla mente quello di un argentino campione del mondo con l’abiceleste nel lontano 1978. Ma Luca è meno offensivo di Daniel, un centrocampista di costruzione, un regista arretrato capace di cucire il gioco e di dettare i ritmi alla squadra. I più entusiasti rivedono in lui un piccolo Xavi, ama scambiare la palla secondo la versione italiana del tiki-taka blaugrana. A tendere, qualcuno lo vede già come erede del Pirlo perduto, altro traguardo a cui ambire. Confronti che pesano sulle gambe e nella mente di un classe ’92 che ha dedicato metà della sua vita al Milan. Dicono che abbia una lucidità unica nell’analizzare lo sviluppo dell’azione, sia essa in fase difensiva che offensiva. Ultimamente ha migliorato le sue doti di goleador.
E’ difficile che il Milan possa concedergli una chance già dalla prossima stagione aggregandolo alla prima squadra, più semplice mandarlo in prestito a farsi le ossa. Il tempo di giocare con i ragazzi è finito. Bertoni è pronto, qualcuno si faccia avanti.
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29/05/12
Tom Ince, sulle orme di papà: "Ma non sono un raccomandato"
Andasse in porto sarebbe una straordinaria operazione di
marketing e magari un buon affare per il campo. Lo ricordate Paul Ince, lo
stoico mediano inglese che alimentò le fantasie del presidente Moratti e dei
tifosi dell’Inter a metà anni ’90? Certamente sì. Per la sapienza nel guidare
il centrocampo lo chiamavano “The Governor”, il governatore. Tom Ince è un
figlio d’arte che negli ultimi mesi ha fatto parlare di sé con la maglia del
Blackpool, club con il quale ha sfiorato la promozione, dunque l’immediato
ritorno in Premier League. I “mandarini” sono stati battuti dal West Ham e
ricacciati nel purgatorio della Championship almeno per la prossima stagione.
Tuttavia, a dispetto di quanto si potesse pensare all’inizio della stagione, il Blackpool, privato dei suoi pezzi pregiati dopo la retrocessione datata maggio 2011, ha messo in mostra nuovi talenti e Ince è uno di questi. Sono certo che lo immaginereste nel ruolo che fu del padre, centrocampista davanti alla difesa, e invece il piccolo Tom ha altre caratteristiche. Un esterno di centrocampo rapidissimo e abile nell’uno contro uno, un giocatore in grado di creare superiorità numerica puntando la porta o il fondo. Quando firmò il suo primo contratto da professionista con il Liverpool, in molti pensarono al solito figlio di papà con la strada spianata. Cattivo pensiero ma legittimo.
Ma il giovane Ince ha fatto fruttare la scuola di vita, più che di calcio, frequentata al Tranmere Rovers, dimostrando di saperci fare con la palla tra i piedi. Il Blackpool lo ha acquistato a titolo definitivo riponendo grande fiducia nelle qualità di questo ventenne che non ha paura dei paragoni. Gioca all’ala sinistra e il suo idolo non poteva che essere Ryan Giggs. Il cognome non gli pesa ma è infastidito dalle voci che accostano la sua carriera all’ascendente che papà Paul ha sui club d’Inghilterra. “Mi ha riempito di consigli”, punto e basta. Insomma Tom rivendica l’autonomia nelle scelte, sue personali, e di chi gli ha dato fiducia, in primis Ian Holloway, l’allenatore dei “Tangerines”.
Qualcuno dice che per il suo cartellino si siano fatte già vive società di Premier anche se la valutazione non è del tutto chiara. Difficile ingaggiarlo a titolo definitivo, ma una manovra per fargli sperimentare il calcio italiano potrebbe essere approntata. Il percorso di Tom per staccarsi di dosso la scomoda etichetta di “figlio di Ince”, è cominciato. Chissà che non possa completarsi in Italia, in B o in A, questo non importa.
Tuttavia, a dispetto di quanto si potesse pensare all’inizio della stagione, il Blackpool, privato dei suoi pezzi pregiati dopo la retrocessione datata maggio 2011, ha messo in mostra nuovi talenti e Ince è uno di questi. Sono certo che lo immaginereste nel ruolo che fu del padre, centrocampista davanti alla difesa, e invece il piccolo Tom ha altre caratteristiche. Un esterno di centrocampo rapidissimo e abile nell’uno contro uno, un giocatore in grado di creare superiorità numerica puntando la porta o il fondo. Quando firmò il suo primo contratto da professionista con il Liverpool, in molti pensarono al solito figlio di papà con la strada spianata. Cattivo pensiero ma legittimo.
Ma il giovane Ince ha fatto fruttare la scuola di vita, più che di calcio, frequentata al Tranmere Rovers, dimostrando di saperci fare con la palla tra i piedi. Il Blackpool lo ha acquistato a titolo definitivo riponendo grande fiducia nelle qualità di questo ventenne che non ha paura dei paragoni. Gioca all’ala sinistra e il suo idolo non poteva che essere Ryan Giggs. Il cognome non gli pesa ma è infastidito dalle voci che accostano la sua carriera all’ascendente che papà Paul ha sui club d’Inghilterra. “Mi ha riempito di consigli”, punto e basta. Insomma Tom rivendica l’autonomia nelle scelte, sue personali, e di chi gli ha dato fiducia, in primis Ian Holloway, l’allenatore dei “Tangerines”.
Qualcuno dice che per il suo cartellino si siano fatte già vive società di Premier anche se la valutazione non è del tutto chiara. Difficile ingaggiarlo a titolo definitivo, ma una manovra per fargli sperimentare il calcio italiano potrebbe essere approntata. Il percorso di Tom per staccarsi di dosso la scomoda etichetta di “figlio di Ince”, è cominciato. Chissà che non possa completarsi in Italia, in B o in A, questo non importa.
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22/05/12
Affare Sciaudone, un talento a costo zero
Questa è una storia di due andate e di un ritorno, di un giovane promettente mandato a maturare altrove e tornato come certezza. Da Bergamo a Taranto, da Taranto a Foligno, prima del rientro in terra pugliese. Storicamente la squadra rossoblù ha avuto in rosa potenziali campioni, sempre. Dall’indimenticato Erasmo Iacovone (che oggi dà il nome allo stadio della città ionica) a Totò De Vitis, fino ai più recenti Christian Riganò e Aniello Cutolo. Ce ne sarebbero molti altri, oggi è Daniele Sciaudone, come Falanto, l’eroe spartano che fondò la città, ad essere il mito dei tifosi tarantini. Una carriera vissuta nell’ombra, tra i giovani giusto il necessario per formarsi, presto le partite con i grandi, in serie D al Tritium e poi l’ascesa verso il professionismo trovato in riva allo Ionio da giovanissimo, con la proficua parentesi di Foligno, prima del ritorno, ancora una volta nella città dei due mari. Questa volta per conquistarla definitivamente.
Nord-Sud, mille chilometri di speranze. Quelle coltivate
nel tragitto che Sciaudone, 24 anni, ha compiuto per sentirsi finalmente
importante, pronto al grande salto. Un centrocampista moderno, offensivo ma
anche in grado di organizzare il gioco da play maker aggiunto. Un incursore
letale con il suo destro velenoso e l’abilità tecnica che lo ha contraddistinto
in questa stagione. Quando nel 2008 arrivò a Taranto, per la sua faccia pulita,
per la somiglianza fisica e non solo per stile di gioco, qualcuno lo aveva
paragonato a Ricardo Kakà. Due anni di apprendistato, un buon numero di
presenze e poi l’occasione di maturare in una realtà più tranquilla e senza
pressioni. A Foligno Sciaudone ha migliorato le sue capacità di uomo-gol,
andando a segno 13 volte in due campionati, 3 in quello in corso (si giocano i
playoff) dove il bergamasco è diventato un punto di riferimento nel pragmatico
3-4-3 di Davide Dionigi. Non considero blasfemo accostarlo a Zidane, anche se
con le dovute proporzioni, quanto a visione di gioco, e a Boateng per le
eccelse qualità nell’accompagnare e, molto spesso, finalizzare l’azione. Credo
che ormai sia pronto per giocarsi la sua chance , in serie B o in A, non
patirebbe il salto di categoria.
All’inizio di
questa stagione il Taranto ha ricomprato
la metà del suo cartellino rendendolo patrimonio della società. Pur avendo un
valore di 1 milione di euro, il ragazzo potrebbe liberarsi a parametro zero
nonostante non sia in scadenza. Questo perché il club ionico, in difficoltà
finanziare, è stato messo in mora dai suoi giocatori che, in caso di mancata liquidazione
delle spettanze, si libererebbero automaticamente al 30 giugno 2012.
L’occasione è propizia per ingaggiare uno dei migliori talenti non ancora
scoperti dai grandi club. L’affare è servito.
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08/05/12
Ecco Bruno, quando il cognome è garanzia di gol
A Liegi si respira aria di casa. Il pezzo d’Italia arroccato
sulla leggera vallata che sfocia sul letto della Mosa, sulle cui sponde si
estende la città ardente, prende il nome dai quartieri di Herstal e
Rocourt. Trovi immigrati italiani dappertutto, siciliani prevalentemente,
meridionali più in generale. Imbianchini, operai, ristoratori, idraulici, il
meglio della manovalanza qualificata. Adesso, con i belgi di seconda
generazione, anche ingegneri, dottori, esperti in comunicazione dal doppio
passaporto ma con il cuore tricolore. Come già accaduto in passato con Vincenzo
Scifo o con il più recente Walter Baseggio, non mancano i calciatori di talento
che dell’Italia hanno soltanto il ricordo, nemmeno troppo nitido, di nonni e
vacanze estive ma il sogno di giocare nel calcio più difficile al mondo.
Se la città è famosa per la sua squadra più prestigiosa, lo Standard, l’RFC Liegi è il club in cui gli italiani sfogano la loro irrefrenabile passione calcistica spesso condita dalle amarezze di una società che negli anni è andata incontro a gravissime crisi. Per questo Gianni Bruno, dopo essere cresciuto tra i Sang & Marine, ha optato per gli odiati cugini. A strapparlo alla Jupiler League, poi, ci ha pensato il Lille proponendogli il primo contratto da professionista. L’escalation dall’accademia fino alla prima squadra è avvenuta in 4 anni ricchi di soddisfazioni.
A gennaio il debutto in Ligue 1 di questo attaccante classe 1991 ha allertato i radar dei più influenti osservatori internazionali. Sembra che il Lille voglia tenerlo nascosto, molti lo considerano un novello Eden Hazard, se non per il ruolo (è molto più attaccante dell’altro fantasista belga finito nelle mire dell’Inter), quantomeno per le potenzialità. Il tecnico Rudi Garcia è convinto che Bruno potrà sfondare nel calcio professionistico. Il suo score nelle nazionali giovanili del Belgio è di 33 gol in 59 partite.
Questo giovane attaccante s’inserisce nel solco già tracciato da tanti calciatori belgi che ora fanno le fortune dei club europei più importanti. Detto di Hazard, Bruno è degno della medesima attenzione riservata ad Axel Witsel (ora al Benfica) e Romelu Lukaku (il baby fenomeno del Chelsea). S’inquadra in una generazione di talenti che, dicono in Belgio, sia più forte di quella che ottenne il secondo posto a Euro ’80, ma che per le differenze di appartenenza a fiamminghi e valloni, non sia ancora riuscita ad esprimere tutte le sue qualità. Il costo del suo cartellino si aggira sul milione di euro, ma bisogna agire in fretta. Bruno è un cognome particolarmente caro al Modena, da un paio di stagioni anche al Sassuolo. Averne un altro, per il futuro, con 12 anni in meno e con la stessa, se non migliore, capacità di vedere la porta non sarebbe per nulla male.
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Se la città è famosa per la sua squadra più prestigiosa, lo Standard, l’RFC Liegi è il club in cui gli italiani sfogano la loro irrefrenabile passione calcistica spesso condita dalle amarezze di una società che negli anni è andata incontro a gravissime crisi. Per questo Gianni Bruno, dopo essere cresciuto tra i Sang & Marine, ha optato per gli odiati cugini. A strapparlo alla Jupiler League, poi, ci ha pensato il Lille proponendogli il primo contratto da professionista. L’escalation dall’accademia fino alla prima squadra è avvenuta in 4 anni ricchi di soddisfazioni.
A gennaio il debutto in Ligue 1 di questo attaccante classe 1991 ha allertato i radar dei più influenti osservatori internazionali. Sembra che il Lille voglia tenerlo nascosto, molti lo considerano un novello Eden Hazard, se non per il ruolo (è molto più attaccante dell’altro fantasista belga finito nelle mire dell’Inter), quantomeno per le potenzialità. Il tecnico Rudi Garcia è convinto che Bruno potrà sfondare nel calcio professionistico. Il suo score nelle nazionali giovanili del Belgio è di 33 gol in 59 partite.
Questo giovane attaccante s’inserisce nel solco già tracciato da tanti calciatori belgi che ora fanno le fortune dei club europei più importanti. Detto di Hazard, Bruno è degno della medesima attenzione riservata ad Axel Witsel (ora al Benfica) e Romelu Lukaku (il baby fenomeno del Chelsea). S’inquadra in una generazione di talenti che, dicono in Belgio, sia più forte di quella che ottenne il secondo posto a Euro ’80, ma che per le differenze di appartenenza a fiamminghi e valloni, non sia ancora riuscita ad esprimere tutte le sue qualità. Il costo del suo cartellino si aggira sul milione di euro, ma bisogna agire in fretta. Bruno è un cognome particolarmente caro al Modena, da un paio di stagioni anche al Sassuolo. Averne un altro, per il futuro, con 12 anni in meno e con la stessa, se non migliore, capacità di vedere la porta non sarebbe per nulla male.
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