05/07/10

Loew profile, la ricetta tedesca è l'anti-Maradona


"So come battere l'Argentina ma lo dirò solo ai miei giocatori". Lui conosceva già l'esito della partita prima ancora di giocarla. Quando iniziò la carriera da allenatore nelle giovanili del Winterthur, Joachim Loew, cinquantenne di Schonau im Schwarzwald ex attaccante del Friburgo, sapeva che un giorno sarebbe stato ct della Germania. Un po' santone, un po' tattico, molto pragmatico, certamente un burbero tedesco tosto come i suoi ragazzi che ha fatto della voglia di lavorare, dell'umiltà, della fiducia indiscriminata nella gioventù la forza di una Nazionale partita senza favori alla vigilia di un Mondiale che la vedeva come possibile outsider e nulla più. La ricetta giusta è stata quel Low profile (o se preferite Loew profile) che si sposa perfettamente, non solo a livello fonetico, con il basso profilo che è stato, finora, il fill rouge della Germania a Sudafrica 2010.

Parole sempre misurate, mai un decibel oltre il necessario alla ricerca di un alibi possibile per un'eventuale disfatta dopo aver perso, uno dopo l'altro, giocatori fondamentali come Rolfes, Adler, Ballack, Traesch e Westermann. Dimesso anche nel look, con quel maglioncino color carta da zucchero poco adatto ad addolcire quel suo sguardo da duro con la mascella serrata, impenetrabile per chi ha tentato di carpirgli qualche emozione. Missione impossibile. Un tipo che non bada alla forma e all'apparenza, dicevamo, come in quelle immagini che lo ritraggono intento ad esplorare le sue cavità nasali durante l'epico match tra Germania e Inghilterra. Questione di nervi da scaricare si è detto per un video che è diventato un cult della rete.

Ma Loew è molto di più. E' un maestro di vita, uno che guarda avanti e non indietro, uno capace di sintetizzare nel microcosmo di una squadra di calcio, con maggiore efficacia, il crogiolo di etnie presenti nella società tedesca. Incline a raccogliere il valore aggiunto di un popolo che mescolando capacità ed esperienze diverse ha trovato il modo di crescere nel calcio. Un processo iniziato da un pezzo e che sta dando i suoi frutti ora. Undici giocatori convocati dal doppio passaporto, di cui sette figli di una Germania che sentono propria nel sangue e nell'orgoglio: Aogo, Boateng, Tasci, Khedira, Ozil, Marin e Gomez, una nidiata di giovani campioni accostata ai naturalizzati tedeschi Klose, Podolski, Trochowski e Cacau. Età media di 24,96 anni, corsa, qualità, voglia di sacrificarsi e disciplina tattica. Tanti piccoli Balotelli: un compito arduo farli coesistere tutti e undici per chi guarda da questa parte delle Alpi. Super Mario avrebbe potuto infastidire la sonnolenta quiete degli Azzurri. Un teorema che dimostra l'inconsistenza anche di chi, tanto per citare il più calzante degli esempi, della Francia ha palesato limiti di incompatibilità di uomini provenienti da culture diverse, senza pensare nemmeno per un attimo che il problema fosse altrove: di natura tecnica, di scelte o di atteggiamento.

Loew ha cambiato la mentalità dei Panzer legando a filo doppio la concretezza del calcio tedesco al talento delle nuove generazioni. Una convinzione maturata nelle sue esperienze da allenatore nello Stoccarda, nel Fenerbahce, nel Kalsruhe, nel Tirol Innsbruck e nell'Austria Vienna. Nel suo dinamico 4-4-2 trovano posto almeno quattro uomini offensivi (Ozil, Klose, Podolski e Muller) e Schweinsteiger che un mediano proprio non è. Una manovra ragionata, un gioco fluido e di ampio respiro sfruttando le fasce con Boateng e il capitano Lahm, una difesa arcigna e un portiere, Neuer, tra i più promettenti d'Europa, completano il quadro da incorniciare con un successo importante.

Il basso profilo, perseguito da Loew a Sudafrica 2010, non è soltanto un modo di essere, ma anche una tattica vincente. Joachim il duro insegna, per il momento i risultati gli danno ragione.

L'ARTICOLO SU Sky.it

02/05/10

Non solo il Barça, anche il Brescia ha il suo Messi


Se fissi dritto negli occhi Nelson Bustamante sei capace di cogliere l'essenza della sua anima. Un groviglio di sentimenti che si contrappongono: tristezza, gioia, fragilità, determinazione e soprattutto quella passione che lo ha spinto lontanissimo da casa per realizzare il suo sogno, diventare un calciatore. Da San Bernardo del Cile a Brescia il passo è stato più breve di quanto la distanza dica. Lasciare la famiglia, gli amici, gli affetti a 14 anni non è mai semplice, ma ormai Nelson ne ha 17 e il peggio è passato. Su di lui sono riposte le speranze di un'intera nazione, il Cile, che lo considera il nuovo Messi, e del Brescia che su di lui ha investito tanto e non solo a livello tecnico ma anche, come il Barcellona fece con l'argentino, da un punto di vista medico.

Nelson, come Leo in passato, ha bisogno di irrobustire un fisico che ha smesso di crescere troppo in fretta, di acquisire qualche centimetro in più per far valere le sue enormi potenzialità. Basterà ancora qualche mese e lui potrà dimostrare la sua tesi: "Con la palla tra i piedi nessuno è più alto dell'altro - dice - tanto poi se la si perde c'è bisogno che tutta la squadra corra per recuperarla". Per il momento a correre è stata la sua vita, cambiata in un baleno trasformando la povertà dei tempi in cui il talentino sudamericano andava ai semafori per guadagnare qualche spicciolo, all'occasione del riscatto: "Mio padre credeva che io andassi a pulire i prati - spiega - E invece prendevo il pallone e mi fermavo agli incroci a palleggiare così la gente mi lasciava qualche moneta". Soldi da portare in famiglia, per la casa e non solo: "Mio fratello è goloso e a lui compravo da mangiare, ma se per strada incontravo qualche barbone davo qualcosa anche a loro".

La passione di Nelson per il calcio è ereditaria, figlia di un gene tramandatogli dal papà, calciatore anche lui in una piccola squadra locale: "Lui mi ha trasmesso la voglia di giocare, quando lo vedevo in campo lui faceva cose che non si potevano paragonare agli altri, ma non ha potuto mai andare in una squadra più grande". La chance di fare il grande salto gli è stata data da René Curiaz, un procuratore sudamericano che, dopo averlo visto giocare per strada, lo ha proposto a Colo Colo e all'Universidad de Chile, le due migliori formazioni del Paese: "Ma io ho scelto il Brescia perché il calcio in Italia è migliore". Qualcuno dice che Nelson avrebbe potuto giocare con Real Madrid o Inter: "Io questo non lo so, il mio procuratore non mi diceva queste cose perché ero piccolo, ma qui mi aiutano a crescere".

Per la sua storia, per il suo fisico, per quel sinistro con cui incanta anche i suoi compagni, Bustamante potrebbe ripercorrere la strada della pulce blaugrana: "Molti dicono che somiglio a Messi, ma io non lo so, quando gioco non mi vedo, io penso solo a prendere la palla e ad andare in porta". Emulando le gesta del suo idolo: "Vedo quello che fa in campionato e in Champions e io poi lo imito quando gioco". Insomma, nessuna pressione, solo tanto orgoglio: "Se dicono così io sono felice, non c'è problema".

In campo Nelson è tutto classe e istinto: "Quando ho la palla sento di avere una forza incredibile nei piedi", e per questo non vuole pensare al futuro: "Sono concentrato su quello che devo fare". Ma un sogno, in fondo, si può anche azzardare: "Sì che mi piacerebbe giocare nel Barcellona, magari con Messi, avrei un'intesa perfetta con lui, tanti non lo capiscono perché lui pensa veloce e fa cose che altri non si aspettano". E allora, il buon Pep Guardiola, che qui a Brescia è di casa, venga a vedere questo piccolo fenomeno, potrebbe davvero piacergli.

15/04/10

Sulle orme di Desailly, ecco Addy: mi manda zio Marcel


Forse, in fondo, avrebbe anche lui voluto giocare almeno una volta con la maglia delle Stelle Nere. Perché la sua città natale è stata Accra, ma la sua Nazionale la Francia. In qualche modo Marcel Desailly vedrà il suo sogno avverato attraverso gli occhi e le gambe di David Addy, il nipote con il Dna da calciatore che ha voluto seguire le orme dello zio campione del mondo con i Bleus. Eppure David ha già eguagliato, con le dovute proporzioni, i successi dell'ex Marsiglia, Milan e Chelsea. Il titolo Mondiale lo ha conquistato con il Ghana nel torneo Under 20 lo scorso autunno ed ora vuole vivere una favola dai contorni più ampi.Classe 1990, difensore esterno del Porto, Addy è cresciuto in patria tra S.C. Adelaide e Inter Allies per poi esordire nel campionato dei grandi con la maglia dell'All Stars.

Per imporsi al grande pubblico, tuttavia, la strada dell'emigrazione è stata d'obbligo. Nessun campionato tra quelli importanti in Europa, solo grande freddo e una parvenza di professionismo in più rispetto alla prima divisione nazionale ghanese. Tuttavia la maglia del Randers FC, squadra che milita nella Superligaen danese, è stata la palestra nella quale Addy ha maturato quella esperienza internazionale che gli ha consentito di disputare un Mondiale giovanile di tutto rispetto. Specchietto per le allodole, (il Milan ha pescato il suo connazionale Dominic Adiyiah) la rassegna egiziana vinta dal Ghana ha scatenato una vera e propria asta tra diversi club per assicurarsi le prestazioni del giocatore. Alla fine l'ha spuntata il Porto che se l'è portato a casa per rimpiazzare la partenza di Aly Cissokho (scartato proprio dai rossoneri nel mercato estivo).

Martello pneumatico sulla corsia, per rendere identificabile il suo stile di gioco, ricalca per caratteristiche tecniche e fisiche una sorta di Maicon mancino. Il Mondiale sudafricano potrebbe essere per lui una nuova e importante vetrina. In Italia qualcuno cerca un terzino sinistro e con zio Marcel a fare da sponsor tutto potrebbe accadere...A buon intenditor...


07/04/10

Ninis, il Garrincha d'Albania che ha scelto la Grecia


Se avesse seguito la strada dei suoi antenati, oggi, staremmo a litigare sulla naturalizzazione italiana di Sotiris Ninis, la stella più promettente del calcio greco. E sì perché l'ala del Panathinaikos è nata a Himara, in Albania, da dove, nel medioevo, partirono i coloni che fondarono la comunità Arbëreshë più popolosa della Sicilia dando vita al centro di Piana degli Albanesi, piccolo paese di oltre 6.000 anime che dista appena 24 Km da Palermo. E invece, a godere dei benefici e del talento di questa sorta di Garrincha del Pireo sarà la nazionale allenata da Otto Rehagel.

Sotiris fa parte della ristretta cerchia dei pezzi da ’90 e non solo perché è nato il 3 aprile di quell’anno ma soprattutto per le sue abilità mostrate sin da giovanissimo, notate dal Panathinaikos che non ci ha pensato due volte a fargli firmare un contratto quinquennale a soli 16 anni. Fiducia ripagata sin dall’esordio, nel 2006, contro l’Egaleo, match nel quale fu eletto Mvp. Il gol nella sfida contro gli odiati rivali dell’Aek Atene gli ha aperto le porte dell’Olimpo calcistico di quello che di lì a poco scelse come suo Paese.Convocato dall’Under 21 dell’Albania, Ninis respinse la chiamata decidendo, di fatto, con quale Nazionale avrebbe preferito giocare. Una scelta che suscitò non poche polemiche alla luce della rivalità, non solo calcistica, tra Grecia e Albania. La pressione altissima derivata, tra le altre cose, anche da questa presa di posizione e le aspettative crescenti nei suoi confronti gli valsero inevitabilmente un periodo di involuzione che lo riportò a giocare nella squadra giovanile.


L’occhio attento di Rehagel da una parte e l’arrivo di Henk Ten Cate sulla panchina del Panathinaikos è stato un elisir che Ninis non si è lasciato sfuggire. E’ stato nominato vice capitano della sua squadra e continua a stupire. Il suo fisico compatto gli permette di essere rapido ed elegante in ogni giocata, sia nello spazio breve che in allungo e spesso è risolutivo nel dispensare assist (e la Roma in Europa League ne sa qualcosa ndr). La classe è cristallina, il prezzo è accessibile: 10 milioni per portarlo via da Atene. Al Mondiale la Grecia potrà rivestire un ruolo da outsider e Ninis mostrare al mondo tutto il suo talento.



Guarda anche:
Muller, 36 anni dopo. La Germania ritrova "Der Bomber"
Uruguay, al Mondiale una Celeste da 10 e Lodeiro

02/04/10

Il sogno del Quevilly, dilettanti di professione nella Coppa


Inseguire un sogno per cavalcare la ribalta mediatica di un trofeo che, diversamente dall'Italia, in Francia e in Europa riscuote particolare successo: la coppa Nazionale. Un torneo in cui spesso capita che gerarchie, pronostici, valori tecnici siano sovvertiti da determinazione, spirito di sacrificio e voglia di emergere di squadre infinitamente meno blasonate delle favorite. Una miscela esplosiva che dà vita a risultati sorprendenti.

Calais-Quevilly è una volata di 220 chilometri in autostrada. Due ore di viaggio tra gli epici luoghi dell'operazione Overlord a tutti meglio nota come sbarco in Normandia. Una regione ricca di bellezze naturali e monumenti, dove a ogni angolo si respira un po' di storia. Un posto intriso di un passato che ispira imprese. La distanza tra queste due cittadine della Francia non è misurata soltanto dallo spazio che le divide ma anche dal tempo. Occorre un rewind di circa dieci anni per capire. Maggio 2000: i dilettanti del Calais RUFC disputano la semifinale della Coppa di Francia dopo aver sorprendentemente eliminato una dopo l'altra squadre di livello nazionale e internazionale. La notizia si rincorre in tutta Europa e il gioiello su La Manica diventa il teatro delle imprese di normalissimi ragazzi che battono sistematicamente gli iper professionisti e strapagati calciatori della Ligue 1, la prima divisione transalpina.

Ai giorni nostri il passato si ripete, inframmezzato dalla favola, la stessa e dal finale mestamente simile, del piccolo Montceau che nel 2007 seppe dar lustro alla propria cittadina arrivando tra le prime quattro squadre della coppa nazionale, perdendo con onore dal Sochaux poi vincitore del trofeo. Ad alimentare il sogno in un calcio in cui le vittorie (e le sconfitte) sono sempre più direttamente proporzionali alla capacità del portafoglio è la sorprendente US Quevilly, il club giallonero che allieta le domeniche degli appassionati di Le Petit Quevilly, poco più di 22mila abitanti concentrati a un quarto d'ora da Rouen. L'ormai ultra centenario club di casa milita nella quarta divisione francese (la nostra serie D) e la sua storia racconta di picchi improvvisi (come la seconda divisione raggiunta tra il 1970 e il 1978 o le semifinali di Coppa di Francia datate 1927 e 1968) e disastrose cadute come la discesa tra i dilettanti e il tentativo, finora non riuscito, di rientrare nelle categorie nazionali. Gli sforzi del presidente Michel Mallet tuttavia non sono stati vani. L'occasione è giunta. Con il successo sul Boulogne sur Mer (la società nella quale è cresciuto Frank Ribery ndr), nei quarti di finale della Coppa di Francia (non quella di lega), il piccolo Quevilly si è guadagnato il diritto a disputare la semifinale e l'occasione per riscrivere il finale di una favola interrotta proprio dal Calais (battuto dal Nantes allo Stade de France) 10 anni prima.

Se il risultato raggiunto e raggiungibile dai ragazzi di mister Brouard è incommensurabile dal punto di vista del valore sportivo, non è un oltraggio all'impresa valutarla anche sotto il profilo economico. La società normanna ha un budget annuale di 1,2 milioni di euro e i premi raccolti finora per il cammino in Coppa gli sono valsi approssimativamente 640mila euro, la metà della spesa del club in un anno. Rinverdire le casse grazie a questo risultato significa non solo poter guardare con un certo grado di serenità al futuro, ma provare anche a investire nel tentativo di scalare le categorie. Senza contare l’incremento del valore sul mercato della rosa tra cui ci sono soltanto due giocatori che hanno assaporato un po' di professionismo, Joris Colinet (ex Rouen) e Pierrick Lebourg (una presenza con il Le Havre). Per il resto, tutta gente che accosta il calcio al proprio lavoro quotidiano. Il capitano Gregory Beaugrard non ha potuto festeggiare fino all'alba la qualificazione perché impegnato, il giorno successivo, nell'esame di stato per diventare educatore sportivo. Lo stesso dicasi per Fodié Traorè "costretto" a prendere servizio alle 13 in punto nella polizia nazionale.

Insomma poco più di una comitiva di amici che ha eletto l'Ibiza Club di Rouen come location post-exploit, per celebrare le clamorose vittorie a partire dal successo sul Rennes. Un luogo di vero e proprio culto sportivo e un rito scaramantico da dover ripetere costantemente per non inficiare la magia del momento. Tra poco più di due settimane ci sarà la semifinale contro il Paris St. Germain. Tanto per rendere l'idea, come se il Chioggia si giocasse la qualificazione contro la Juventus in Coppa Italia. Da noi, impossibile, sicuro. Non in Francia dove il regolamento del trofeo nazionale non chiude le porte ai sogni. E quando a Petit Quevilly la gente si sveglierà, il giorno sarà comunque un po' più luminoso del solito.

30/03/10

Uruguay, al Mondiale una Celeste da 10 e Lodeiro


“Il capitano di una squadra di calcio non è solo una fascia legata al braccio destro, è la bandiera della squadra, il suo stesso simbolo”. Obdulio Varela.

Lo stemma della sua nazionale ha quattro stelle nonostante i titoli di campione del mondo siano soltanto due (1930 e 1950). Eppure le altre "clandestinamente" comparse sul simbolo dell'Uruguay hanno una spiegazione: i titoli olimpici vinti nel 1924 e nel 1928, riconosciuti dalla Fifa come mondiali dilettanti. Presto ci potrebbe essere una quinta stella e non sulla maglia della Celeste ma dentro, molto dipenderà dai risultati anche se, per il momento, le premesse o promesse sono più che positive.

Se Diego Forlan resta il campione acclamato dei tempi contemporanei, ben lungi dalle performance degli eroi del '50 come Varela, Borges, Schiaffino, Ambrois e Ghiggia quello del futuro, a partire da Sudafrica 2010 si chiama Nicolas Lodeiro. Ennesimo talento del calcio uruguagio (due dei più recenti sono i palermitani Cavani e Hernandez), è nato e cresciuto a Paysandù. La trafila è quella già fatta, negli anni, dalle grandi promesse del calcio d'oltreoceano e presto rivelatesi flop inattesi o non all'altezza delle aspettative. Per Nicolas, piccoletto e mancino dal dribbling facile, le porte dell'Europa si sono spalancate grazie alla chiamata dell'Ajax, la formazione europea che più di ogni altra negli anni ha trasformato ragazzi dal talento innato in campioni affermati.

Scovato a 12 anni dal Nacional, la squadra che ha consacrato un altro talento incompreso (In Italia?) come Alvaro Recoba, la condizione necessaria per il trasferimento a Montevideo posta dalla famiglia è stata quella dell'istruzione e dell'alloggio a carico della società. Spese ripagate con gli interessi dopo l'ingaggio europeo del quale trarrà beneficio, soprattutto, la nazionale di Oscar Washington Tabarez, anche lui vecchia conoscenza del calcio nostrano. Nicolas, per il momento, ha incantato con il suo sinistro nell'Under 20. Il Mondiale resta la prova del nove da superare con un bel dieci e Lode..iro.




Guarda anche:
Muller, 36 anni dopo. La Germania ritrova "Der Bomber"

23/03/10

Muller, 36 anni dopo. La Germania ritrova "Der Bomber"

Un filo sottile unisce le loro carriere, un cognome che in Germania richiama la storia dei tempi migliori, quando la nazionale tedesca era una corazzata invincibile e il solo fatto di affrontarla presupponeva un'impresa epica per batterla. Thomas Muller come Gerd Muller, il passato che ritorna dopo aver scavallato generazioni intere. Monaco di Baviera il luogo comune in cui affermarsi, il Bayern la squadra nella quale l'uno, Gerd, ha ottenuto tutti i record possibili e immaginabili e l'altro, Thomas, spera di emulare le gesta del suo omonimo. Perché il ruolo è lo stesso, attaccante, ma il mondo è diverso e non solo perché Thomas è nato a un paio di mesi dalla caduta del muro di Berlino.

Sono passati 36 anni da quando "Der Bomber" infilò la porta dell'Olanda nella finale che regalò il secondo titolo mondiale ai tedeschi all'Olympiastadion di Monaco. All’epoca la tv a colori era appannaggio di pochi, in Germania, di nessuno in Italia.




Il calcio è cambiato tanto, nelle regole, nella preparazione, nella velocità eppure guardando giocare Thomas Muller le pellicole sbiadite e in bianco e nero sembrano riprendere colore. Le somiglianze sono troppe, tante, se non nel fisico, certamente nel ruolo (attaccanti di rapina entrambi) e in quel numero che sembra definire un trait d'union indelebile tra i due: il 13, maglia con cui Gerd vinse la coppa del Mondo del '74 e il titolo di capocannoniere nel '70 (due gol agli azzurri nella mitica Italia-Germania 4-3), e giorno di nascita di Thomas.



Un predestinato, se non fosse che i numeri fatti registrare dal leggendario Muller sembrino irraggiungibili nel calcio moderno: 398 gol con la maglia del Bayern, 68 in nazionale e 69 nelle coppe europee con la squadra di club. Thomas ha dalla sua parte l'età: è un classe '89, gode della stima dell’ambiente Bayern e in nazionale ha già esordito. I Mondiali? Troppo presto, forse, per esserne un protagonista assoluto. L'esordio con la maglia della Germania lo ha reso celebre, al pubblico del resto del mondo, più per il fastidio provato da Diego Maradona nel sedergli accanto nell'insolita conferenza stampa doppia dopo la recente sfida Germania-Argentina. In futuro, però, anche il Pibe de Oro potrebbe ricredersi…